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Il 2013 è iniziato per l’Italia con due considerevoli assenze femminili: ci hanno lasciato Rita Levi Montalcini e Mariangela Melato. La prima, scienziato di fama mondiale, premio Nobel per la medicina nel 1986 e senatore a vita; la seconda, attrice di fama internazionale, donna di cultura e di spettacolo, che ha ricevuto pochi anni fa, tra i tanti premi, anche un importante riconoscimento per i propri meriti artistici dal Presidente della Repubblica. Entrambe donne nordiche (una torinese, l’altra milanese), teutoniche, stakanoviste. Libere, anticonformiste, laiche, eleganti, discrete, geniali. Indubbiamente esempi eccellenti per le donne di tutte le età e di tutte le nazionalità. Ma… vorrei sfatare il mito e adattare queste due irripetibili esistenze alla realtà quotidiana, anzi alla realtà quotidiana del sud italiano E’, infatti, inconfutabile che sia la scienziata che l’attrice hanno dedicato tutta la loro esistenza l’una alla scienza medica, l’altra all’arte, quindi, l’una alla parte razionale e l’altra a quella irrazionale dell’umana esistenza. Ma è altrettanto inconfutabile che entrambe hanno rinunciato a ciò che di più peculiare ha la natura femminile: la maternità. Non ci è dato sapere se si sia trattato di una scelta o di un triste destino, ma certo è che nessuna delle due ha potuto godere delle gioie della maternità, anzi del mirabolante mistero della maternità. E’ come se queste due splendide donne ci avessero trasmesso un messaggio devastante: il genio femminile è incompatibile con la genitorialità, la carriera eccelsa di una donna è nemica della sua massima espressione della femminilità, cioè la possibilità di generare e, soprattutto, crescere ed educare un altro essere umano. Invero esiste una forma di compromesso, cioè quella generare a cinquantatrè, cinquantasei anni come hanno fatto stars della musica (vedi Gianna Nannini) e artiste della tv (vedi Carmen Russo)! Ma si tratta comunque di un “lusso” (dato i costi) e, come tale, di un mero appagamento del proprio ego. Restano le innumerevoli statistiche che indicano le donne italiane agli ultimi posti tra i Paesi europei, per numero di figli pro-capite e per trattamento economico a parità di mansioni, per numero di componenti nei CDA delle spa, per numero di componenti degli organismi rappresentativi politici, nonostante il numero di donne italiane laureate e specializzate sia maggiore de quello dei colleghi maschi. A fine febbraio si svolgeranno le elezioni politiche nazionali più incerte e massacranti del dopoguerra e, ancora una volta, la politica italiana considera la partecipazione femminile come un obbligo da assolvere attraverso le cosiddetta quote rosa, mentre nei programmi dei vari leaders, la questione delicata e complessa della compatibilità tra maternità e carriera, che va oltre la parità di trattamento economico tra lavoratori e lavoratrici, in quanto impone un cambiamento socioculturale sia privato (nei rapporti interpersonali anche con il datore di lavoro) sia pubblico (in termini di servizi ed assistenza), resta del tutto marginale. In campagna elettorale si parla di pressione fiscale, di occupazione, ma non si propone, o non si pubblicizza abbastanza, una seria e articolata politica che favorisca, anzi, premi la maternità coniugata con la professionalità. Occorre un’inversione di tendenza: l’opinione pubblica deve avvertire come valore aggiunto per la società l’aspettativa legittima delle donne di voler conciliare la propria professione con l’essere madre ed educatrice dei propri figli, e solo quando le lavoratrici-madri cesseranno di restare ai margini del progresso socio-economico della nostra “bella Italia” potremo veramente dire che l’Europa è anche degli italiani!

CASSANDRA

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