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Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi), questa scritta posta all’ingresso del campo di campo di concentramento di Auschwitz ancora oggi, dopo quasi 73 anni dalla sua attivazione (14 giugno 1940), esprime in pieno il cinismo non solo del primo comandante responsabile del campo che la ideò, ma anche e soprattutto della cultura nazista. Auschwitz è diventato l’emblema dei lager nazisti e l’espressione del luogo dove la ‘Shoah’ (distruzione) voluta da Hitler ha manifestato i suoi aspetti più terrificanti. La distruzione di circa i due terzi degli Ebrei d’Europa fu organizzata e portata a termine dalla Germania nazista mediante un complesso apparato amministrativo, economico e militare che coinvolse gran parte delle strutture di potere burocratiche del regime. Iniziò nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi, proseguì successivamente, estendendosi a tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich, con il concentramento e la deportazione e quindi culminò dal 1941 con lo sterminio fisico per mezzo di eccidi di massa sul territorio da parte di reparti speciali e soprattutto in strutture di annientamento appositamente predisposte (campi di sterminio). Questo evento non trova nella storia altri esempi a cui possa essere paragonato per le sue dimensioni. Ad Auschwitz furono uccise, nella camera a gas ricavata nell’obitorio del Crematorio N.1, o morirono per percosse, torture, malattie, fame, criminali esperimenti medici, circa 70.000 persone, per lo più intellettuali polacchi e prigionieri di guerra sovietici. Il gas utilizzato per uccidere in modo silenzioso fu lo Zyklon B, normalmente usato come antiparassitario. A tre chilometri da Auschwitz fu costruito e reso operativo dall’8 ottobre 1941 il campo di sterminio di Birkenau, dove persero la vita oltre un milione e centomila persone, in stragrande maggioranza ebrei, russi, polacchi e zingari. A sette chilometri da Auschwitz fu reso operativo dal 31 ottobre 1942 il campo di lavoro di Monowitz per la produzione di gomma sintetica. Nelle vicinanze dei tre campi principali furono costruiti o resi operativi altri 45 sottocampi, tra cui quelli di Babice, Katowice, Radostowice. Alla fine della seconda guerra mondiale erano stati uccisi 5.700.000 ebrei, più altri milioni di omosessuali, testimoni di Geova, pentecostali, zingari, sacerdoti cattolici, prigionieri di guerra russi, malati di mente, portatori di handicap, polacchi non ebrei, per un totale complessivo di circa 15 milioni di esseri umani. Per ricordare e dare voce a queste vittime della ferocia nazista, l’Officina Teatrale “A. de Curtis” e il Laboratorio Teatrale “Kreatimondo” di Comiso hanno voluto organizzare dei momenti di riflessione, iniziando con la lettura di una lettera sulla ‘Shoah’ scritta ai giovani da Gigi Bellassai e poi attraverso la lettura di brani di lettere dei prigionieri dei lager, brani del ‘Diario di Anna Frank’, canti e musiche ispirati alla immane tragedia umana della ‘Shoah’ , inframmezzati da filmati tratti da documentari dell’epoca relativi all’arrivo dei soldati russi ad Auschwitz il 27 gennaio 1945 e al monologo di Charlie Chaplin nel film ‘Il Dittatore’. Molte le persone presenti, tra cui molti ragazzi e giovani. Attimi di commozione e spazi di silenzio hanno pervaso la grande sala al termine, quando dal flauto sono venute fuori le note de ‘La vita è bella’ di Piovani. “Non deve succedere mai più il ritorno di Caino”, questo il messaggio di Tiziana Bellassai e degli allievi dell’Officina e del Laboratorio, un messaggio che dovrà essere trasmesso senza remore e pause.

Ermocrate

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