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Mentre i neo ministri del governo Letta ed il premier sono “in ritiro” nell’abbazia di Spineto, nella campagna senese (forse per raccomandarsi allo Spirito Santo), ed il mio Sindaco si aggira sconsolata per le vie di P.Secca (sempre più abbandonata a sé stessa), io osservo il mare sconvolto dalla tramontana, mentre lascio che il vento mi appiccichi in faccia la sabbia profumata di alga e mi godo la mia domenica di metà maggio! Tanto c’è chi lavora per me… Ma il lunedì i ruoli si invertono: sono io che lavoro (senza guadagni certi e senza tutela previdenziale e pensionistica) per i miei “politici” (nazionali, regionali e locali) mentre loro si godono un’intera settimana di ore di lavoro lautamente retribuite e privilegi indissolubilmente legati alla carica che ciascuno di essi ricopre, sia pure per volontà (!?) popolare, per lasciare i problemi degli italiani tutti lì in fila, come tanti soldatini di latta, in attesa di essere abbattuti per l’ennesima volta. Ma mi domando: è mai possibile che i miei soldi di contribuente onesta debbano servire per il 90% a mantenere lo status quo della “casta” e dei burocrati di turno e solo per il 10% a garantire i servizi di cui ogni società c.d civile necessita per restare tale? Quando accadrà una reale, seria inversione di tendenza? Basterà cambiare una legge elettorale ed allentare la pressione fiscale per eliminare il gap economico-culturale che ci separa dalla altre potenze economiche mondiali? Oppure occorre soprattutto un profondo, convinto cambiamento mentale del singolo cittadino come della classe dirigente che lo rappresenta? Il governo Letta si è dato un termine perentorio di 100 giorni per raggiungere gli scopi per i quali si è costituito (faticosamente e in modo anomalo…), ma vorrei ricordare che gli ultimi “cento giorni” famosi della storia moderna sono stati quelli che Napoleone Bonaparte visse da imperatore dopo essere fuggito dall’isola d’Elba. Sappiamo come gli andò a finire… (esiliato nell’isola di Sant’Elena fino alla morte, dopo la sconfitta di Waterloo ad opera dell’esercito anglo-prussiano) e, quindi, vorrei esortare i miei attuali amministratori ad abbandonare le frasi ad effetto, le promesse a termine, per darci risultati concreti, certi e tangibili anche dal più semplice e disinformato cittadino, perché, purtroppo, l’Italia non ha alternative. Vorrei ricordare loro che amministrare non vuol dire “non fare” (non fare autostrade, non fare ponti, non fare posti di lavoro, non fare pulizia e recupero nei centri storici, non fare ospedali, scuole, carceri nuove, non fare cultura e ricerca…) ma significa letteralmente “agire in qualità di ministro, cioè di servitore” e, quindi, in termini politici, significa “fare” in nome e nell’interesse della collettività che si serve. E mi piace pensare che se fosse ancora tra noi Enrico Berlinguer li avrebbe ammoniti così i miei attuali amministratori: “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un gran consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Ci si salva se si va avanti e si agisce insieme e non solo uno per uno”.

Cassandra

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