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Chissà perché, quando si parla di intolleranza si pensa sempre agli stranieri, a coloro che vengono discriminati per il colore della pelle, per la provenienza, per lo stile di vita. Tutti sbandierano buoni propositi di integrazione, di solidarietà, e molti fra loro sono gli stessi che non conoscono il vero significato di questi termini. Esistono altre forme di intolleranza che si chiamano classismo e ghettismo e che non sono rivolte agli stranieri bensì ai “fratelli” della porta accanto, ai propri conterranei. In un paese occidentale che si reputa evoluto e “accogliente” è paradossale immaginare una suddivisione in Caste di tipo indiano, dove gli appartenenti a Caste diverse non possono neppure mangiare allo stesso tavolo. Ma questa è una realtà! Come ci si può sentire quando, in modo plateale, 3 membri su 5 scelti come giurati ad un concorso culturale si dimettono perché uno di essi, a loro parere, non è qualificato e quindi ritenuto inidoneo a sedere al loro fianco? Cosa si prova quando un’associazione, che si definisce culturale e volta a scopi solidaristici, prevede che i propri associati appartengano ad un determinato ceto sociale? Come si definisce chi non assume un ragazzo comune, preferendolo ad un “figlio di papà”, raccomandato dai genitori che vogliono fargli provare l’ebbrezza di un lavoro manuale, che in futuro non farà mai perché la famiglia gli ha già spianato la strada verso lidi migliori? E che dire di chi, nei confronti di una persona, senza averla mai conosciuta profondamente, senza sapere nulla di ciò che è, delle sue qualità, si basa solo su preconcetti confezionati da logiche classiste. Non tutti nascono col “pedigree” ma non per questo sono meno validi, meno capaci, meno portatori di valori. Questi cittadini, che il contesto locale si ostina a qualificare come cittadini di serie B, hanno un cuore, un’anima, dei sentimenti, ma soprattutto hanno grandi capacità che nessuno si è mai prodigato di vedere. Forse perché si sarebbe scoperto che sono migliori, più capaci, più determinati, soprattutto più umani. Sono quelli che non hanno mai avuto niente da nessuno e non hanno mai chiesto niente a nessuno, che non devono dire grazie a nessuno. Sono quelli che se sono quel che sono lo devono a se stessi, non al “protettore” di turno. Sono quelli che ancora sperano che la meritocrazia prevalga sul clientelismo e nell’attesa vedono sfilare sotto ai loro occhi orde di incapaci che, se non avessero le spalle coperte dalla famiglia o dal nome che portano, non sarebbero neppure presi in considerazione. Quindi non parliamo di tolleranza né di integrazione quando ci si riferisce agli stranieri, perché tollerare vuol dire “sopportare” e integrare vuol dire “inglobare”. Loro non vogliono questo e neppure noi lo vogliamo perché siamo, innanzitutto, persone e le persone vogliono essere trattate da esseri umani, non da “intrusi”…

Antonella Galuppi

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