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Oggi la violenza sulle donne uccide più degli incidenti stradali o delle malattie. In Italia 14 milioni di donne hanno subito una violenza, una su tre ad opera del partner. Nel 90% dei casi il crimine resta impunito solo perché la vittima non ha il coraggio di denunciare, sia per sfiducia nella macchina della giustizia, sia per timore di ritorsioni e di ulteriori violenze. Numeri allarmanti per un fenomeno che non è affatto proprio dei nostri tempi. La cultura maschilista trova espressioni in epoca remotissima e ha sempre, ove più, ove meno, creato stati di soccombenza femminile, degenerati in violenza morale e spesso fisica. Le confessioni religiose più diffuse hanno spesso visto la donna come “cosa” compravendibile, priva di anima, come oggetto di piacere maschile, deputata alla formazione e mantenimento della famiglia, all’assistenza e servizio in favore dell’uomo, pater familias, riconosciuto dalla cultura e dalle leggi come vero gestore della vita familiare e, all’esterno, della vita civile.

Fra le grandi conquiste sociali di civiltà vanno certamente annoverate quelle derivanti da relativamente recenti movimenti di emancipazione della donna, di cui le prime avvisaglie si colgono alla fine del 1800 in forma di sviluppo dell’autocoscienza del ruolo che la donna ha nella società. L’avvicinamento e poi l’equiparazione dei salari delle lavoratrici con quello dei lavoratori, i pari diritti sulla prole, il diritto al suffragio elettorale, la candidabilità alle massime cariche di uno stato, l’avviamento riservato ai posti di lavoro o “quote rosa”, le “pari opportunità”, sono conquiste dell’universo femminile che via via negli anni sono state sempre più incalzanti. Ciò malgrado, l’altra faccia del mondo, quella maschile, non ha ancora pienamente accettato tale parità. Così talvolta il maschio, al fine di conservare o ribadire la propria aspirazione al predominio su qualcuno, profitta di occasioni in cui far valere preponderanza fisica ed aggressività proprie del genere maschile per ragioni biologiche ed ormonali. E’ un fenomeno sociale di devianza abbastanza diffuso e che non è esclusivo di strati sociali infimi, tutt’altro, benché certamente è molto frequente in ambienti subculturali ed economicamente disagiati, ove è favorito dall’educazione e dall’esaltazione della violenza, nonché dall’abuso di sostanze che alterano il comportamento (primariamente gli alcolici).

Oggi, di fronte al perdurante e per null’affatto nuovo problema, abbiamo maturato solo maggiore sensibilità e, nella più vasta logica della tutela della persona, cerchiamo di proporre un maggiore rispetto da tributare anche verso la donna. I mezzi d’informazione si rendono divulgatori delle notizie di cronaca nera, e così da un canto fanno cassa nelle vendite perché il fatto di violenza in sé suscita curiosità prima ancora che riprovazione e censura, ma dall’altro gli stessi mezzi si rendono veicoli di sensibilizzazione della collettività verso il problema in questione, che, in mancanza, resterebbe confinato nel chiuso delle mura domestiche e, raramente, nelle aule dei tribunali. Di fronte ad un elettorato femminile che invoca tutela, anche i governanti cercano di proporsi come combattenti in questa piaga sociale della violenza contro le donne. In quest’otto marzo, comunemente chiamato “festa della donna”, ma in realtà commemorazione di un massacro di donne nell’incendio di un opificio americano e causato dall’incuria di spavaldi datori di lavoro, l’attuale ministro degli interni, Angelino Alfano, ha presentato gli ultimi dati sulla violenza contro le donne, ma anche un opuscolo messo a punto dal Viminale sugli interventi normativi già attuati e le attività di supporto per la prevenzione e la repressione del fenomeno. Nella logica di assicurare, che, dopo aver firmato e condiviso la legge contro lo stalking e quella sul femminicidio, continuerà a procedere su questa strada anche in sede europea, lo stesso ministro ha affermato: “Mi impegno a portare il tema della violenza di genere come priorità nel semestre di presidenza italiana della Ue”. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella cerimonia dell’otto marzo, ha così esordito: “Troppo spesso si sente dire che il tema delle pari opportunità è superato perché viviamo già in una condizione di uguaglianza giuridica e materiale tra i sessi. Ovviamente non è vero”.

Alla conclusione di detta cerimonia il Capo dello Stato ha consegnato onorificenze a sette donne. Tra di loro anche Lucia Annibali, l’avvocato sfregiata con l’acido, e la siciliana Franca Viola, che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione femminile rifiutando un «matrimonio riparatore». Queste asserzioni provenienti dalle massime cariche dello Stato sono come le belle foto di una rivista di carta patinata: fanno compiacere ma contano di più i risultati. E’ ragionevole sostenere che non esistono persone che nascono violente. Esse lo diventano per aver subìto o visto violenze. Il bambino si conforma al contesto familiare e all’ambiente in cui vive e si sviluppa; se questo propone violenza verbale e fisica o prevaricazione come modo per affermazione della volontà, probabilmente tali forme di anomalia comportamentale diverranno proprie del fanciullo e dell’adolescente, in special modo se la famiglia o i responsabili della loro educazione non forniscono loro adeguati modelli di vita, valori di civiltà e di rispetto della persona. Il genitore non studia per diventare educatore, s’improvvisa tale. Se egli è già portatore di quei buoni valori, probabilmente cercherà di trasfonderli sulla prole; ma non sempre riuscirà in tale intento, sia perché non è attrezzato di conoscenze di pedagogia utili a forgiare il temperamento del fanciullo, sia perché moltissima parte della formazione del giovane è imputabile anche all’ambiente extrafamiliare in cui questo vive: gli amici, il lavoro, gli svaghi, persino la scuola, la televisione, i videogiochi e quant’altro oggi propone come modello maschile la figura del macho, della violenza come affermazione del proprio EGO, della virilità comunque espressa, della competizione, della guerra come modo di risoluzione delle controversie. Ancor peggiore eppur frequente è il caso di bambini che assistono alle esplosioni d’ira e di violenza dei propri genitori, ed in particolare del padre verso la madre o verso loro stessi. Di fronte a persona tendenzialmente o di fatto o culturalmente debole quali alcune donne, tali bambini divenuti uomini trovano modo per scaricare su di loro i propri disagi, le tensioni, le pulsioni, i torti subiti o magari solo avvertiti come tali.

Allora, che ben vengano gli sforzi di monitorare e sanzionare legislativamente tali forme di abuso e di cui ogni governo si farà certamente promotore, ma lo sradicamento del male si può operare solo seminando su di un terreno adeguatamente lavorato e concimato. La scuola, e quanto ad essa può paragonarsi, deve formare i nuovi cittadini, i quali a loro volta collaboreranno per formare i nuovi cittadini e così via. Un processo di conquista di civiltà certamente lungo e che potrà durare per parecchie generazioni, ma assolutamente indispensabile. Così la disciplina, il rispetto, l’osservanza delle regole scritte e non scritte, diremmo la “buona educazione”, dovrebbero trovare nella scuola la prima fucina, perché primario luogo nel quale lo Stato, anzi la Nazione deve confidare per la formazione della collettività. All’italiano, alla matematica, alle materie fondamentali, la scuola dovrebbe proporre la più importante: l’educazione civica in ogni suo aspetto. In seconda battuta sarà la famiglia, ormai costituita dalle persone evolute ed elevate dalla scuola, il luogo ove si dovrà perpetuare l’insegnamento al rispetto della persona, sia essa donna, sia uomo, sia fanciullo, e persino animale.

Sara Hassen

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