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Sono cresciuti tra smartphone, tablet, mp3, chat e videogiochi: sono loro, i “Nativi Digitali”. Sono stati definiti tali, dal pedagogista Marc Prensky, tutti i bambini nati dopo la diffusione di internet e in grado fin da piccoli di integrare realtà e tecnologia. Una generazione che si dimostra superiore e in conflitto con quella che, nata prima del diffondersi di sistemi multimediali, è stata di contro designata come la generazione degli “immigranti digitali”.

Le cospicue potenzialità di questi bambini implicano un necessario mutamento del sistema scolastico, motivo per cui già da qualche anno è emersa la volontà da parte del MIUR di percorrere più decisamente la strada del “digitale a scuola”, recuperando il ritardo accumulato. Ma perché tanta fretta? Numerosi studi hanno dimostrato, con immenso stupore, che i “Nativi Digitali” sono dotati di un cervello più percettivo e meno simbolico rispetto a quello dei loro genitori. Questi sono maggiormente creativi, rapidi nei movimenti e dotati di un’intelligenza multitasking, capace di gestire contemporaneamente 4-5 attività diverse. Sorprenderli ad ascoltare la musica e a studiare contemporaneamente appare incomprensibile per chi, come gli “immigrati digitali”, riesce a fare una cosa alla volta, eppure ai nostri ragazzi riesce benissimo. Questa è la dimostrazione di un evidente evoluzione della mente umana, che va affrontata con l’attivazione di nuovi progetti pedagogici. Occorrono, quindi, scuole abili nel fornire stimoli molteplici e veloci, e in grado di valorizzare il “gioco” che, rivelatosi da sempre il metodo più efficace per imparare, adesso risulta funzionale solo se estremamente divertente e rapido.

Stiamo parlando di una generazione che soffre l’attesa, che pretende tutto e subito, e al quale solo il “digitale” può rispondere: garantendo l’apprendimento e valorizzandone le capacità. Stimolare, pertanto, i propri figli attraverso strumenti multimediali risulta importante per il loro sviluppo intellettivo che rimarrebbe profondamente indietro con l’utilizzo di metodi tradizionali, ritenuti vecchi e fallimentari, in quanto caratterizzati da stimoli univoci, lineari e da uno studio mnemonico, che lascia l’individuo in una totale  passività. Si tratta di metodi non più affini col nuovo sistema di apprendimento presente nei nostri bambini, che invece necessitano di innovazione.

Doriana Dipasquale

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