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Invalsi al via da ieri per oltre 2 milioni di studenti: le prove tra maggio e giugno coinvolgeranno le classi seconde e quinte della scuola primaria, le terze della media e il secondo anno delle superiori al fine di “migliorare l’efficacia della scuola per le fasce più deboli della popolazione scolastica e far emergere le esperienze di eccellenza presenti nel Paese”. I Test Invalsi sono un momento di verifica per accertare i livelli di apprendimento e le competenze degli alunni in italiano (comprensione della lettura e grammatica) e matematica. Gli studenti interessati saranno, dati alla mano, oltre 2.285.000 (circa 568.000 in seconda primaria, 561.000 in quinta primaria, 594.000 nelle terze delle medie e 562.000 in seconda superiore). Le prove, strutturate in modo differente in base al livello scolastico cui si riferiscono, sono direttamente collegate con le Indicazioni Nazionali (i programmi di studio) e vanno da un minimo di 20-25 domande per materia per la seconda primaria a un massimo di 50 domande, sempre per materia, per le superiori. I test a crocette con risposta multipla, vengono preparati a livello centrale da un ente apposito al ministero, con tanto di gruppo direttivo, lavoratori stipendiati e somministratori (sono coloro che vanno in scuole campione e controllano le procedure di svolgimento nelle classi).  I questionari sono domande spesso con ‘giochi di parole’ o trabocchetti e, volendo essere buoni, si potrebbe dire che attraverso questi si valuta lo sviluppo di un ragionamento dell’alunno: eventuali e inevitabili difficoltà degli alunni, rilevate in seguito alla correzione, possono derivare da molteplici fattori tra i quali per esempio essere in un quartiere o comunque in una area geografica disagiata o ancora essere privi di mezzi ecc.Volendo essere più critici, si può parlare di test totalmente staccati dal contesto delle materie atti a valutare una presunta capacità dell’ alunno di orientamento.

A tal proposito anche questa volta, come accade  da anni, l’appuntamento con le rilevazioni dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione (INVALSI), è accompagnato da polemiche e proteste; i test Invalsi sono infatti stati imposti insieme a una serie di misure (tagli alle ore, ai finanziamenti, aumento del numero degli alunni per classe, accorpamenti di classi, tagli al sostegno, ecc.) che hanno reso sempre più difficile il lavoro degli insegnanti, peggiorando sensibilmente gli standard qualitativi della scuola italiana. Si tratta di prove definite altresì discriminatorie poiché addirittura escludono gli alunni disabili, che dovrebbero essere allontanati (a discrezione del dirigente dell’ istituto) dalla classe per non “inquinare” lo svolgimento dei test, cosa che non accade nemmeno in sede di esame di stato. Ad oggi solo un 30% delle scuole pubblica i risultati delle prove Invalsi perché evidentemente non sono ritenute esaustive o rappresentative di tutta la didattica, nondimeno sono strumenti necessari per avere un certo tipo di informazioni. In più, adesso è fiorito, grazie alle Prove Invalsi, un gran business di libri, libretti e istruzioni per l’uso, cartacee e online, come se fosse assodato il fatto che preparandosi per quel tipo di test si possa diventare davvero “più preparati”. Qualcuno dirà che la resistenza e il boicottaggio sono un fenomeno residuale, che tutto sta andando per il meglio, altri invece sosterranno che le proteste si estendono, che gli insegnanti non accettano una valutazione semplicistica né di essere sovraccaricati di compiti impropri: un dibattito che resta inesorabilmente alla superficie del problema. L’impegno dell’INVALSI  a parere degli addetti ai lavori (gli insegnanti) dovrebbe essere invece quello di valutare i risultati, le variabili di contesto, l’organizzazione della scuola per migliorare sempre più il processo di insegnamento e di apprendimento. L’impegno delle singole scuole sarebbe invece quello di costruire un curricola efficace, che offra opportunità a tutti gli studenti e che rifletta sulle modalità di apprendimento degli alunni, coinvolgendo tutti gli attori e promuovendo una didattica più funzionale ai quadri di riferimento nazionali e internazionali. Il processo educativo è sicuramente molto complicato e un docente non è un lavoratore di catena di cui alla fine conti i pezzi prodotti, ma il lavoro del docente non può prescindere dalle relazioni educative-affettive che si instaurano con gli studenti: tutto questo è e rimarrà invalutabile.

Giusy Zisa

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