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Incontriamo il professor Miccichè nella sua abitazione estiva per discutere del suo ultimo libro e sulla condizione di salute economico-culturale del nostro territorio. Micciché ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole secondarie; è co-fondatore e presidente fino al 2002 del Centro Studi F. Rossitto di Ragusa, dal 1985 al 2002 è stato direttore del bimestrale “Pagine dal Sud” ad esso legato. Ha pubblicato numerose opere, tra cui “Dopoguerra e fascismo in Sicilia 1919-1927” (1976), “Il Partito Comunista in Sicilia” (1987), “Uomini illustri della provincia iblea secoli XIX-XX” (2001), “Santa Croce Camerina nei secoli” (2003), “Il Movimento socialista nella Sicilia sud-orientale” (2009).

In “Economia e sviluppo in terra iblea”, pubblicato nel gennaio di quest’ anno, egli analizza lo sviluppo economico dai Greci ad oggi, sottolineando i caratteri originali e specifici del territorio ibleo.  A partire da qui si sviluppa la nostra intervista.

Quali sono stati i momenti più importanti e di svolta nella storia economica del nostro territorio?

La capacità rinnovatrice della gente iblea nel nostro territorio la possiamo rilevare principalmente a partire dalla seconda metà del ‘500 con l’introduzione dell’istituto dell’Enfiteusi (già esistente nell’antica Grecia\Roma). Attraverso questo istituto il feudatario cedeva parte della sua terra e in cambio riceveva un tributo in natura, raramente era un censo in denaro. Buona parte del territorio della Contea di Modica venne frazionata,  si cominciò a sviluppare la piccola e media proprietà laddove prima c’erano antichi latifondi. Con l’introduzione di nuove colture si ebbe un’economia basata non solo sulla granicoltura, ma anche su canapa, olivo, carrubbo. L’allevamento del bestiame crebbe soprattutto grazie all’utilizzo della vacca modicana (l’impiego delle attuali olandesi si diffuse nel secondo dopoguerra). Le masserie (massae) divengono un elemento caratterizzante di questa parte della Sicilia.

Subito dopo l’Unità d’Italia si svilupperà la viticultura. Soprattutto nel territorio tra Acate, Vittoria e S.Croce ci fu un arricchimento di tante famiglie. Il nostro vino venne apprezzato molto in Inghilterra e in America. Attraverso Malta i bastimenti portavano i nostri prodotti in quei lontani Paesi. Il terzo momento di sviluppo è la serricultura nel secondo dopoguerra con lo sviluppo delle colture ortofrutticole protette, che hanno trovato possibilità di commercializzazione nei grandi mercati del nord Italia e del resto d’Europa. L’Enfiteusi  fu uno strumento utilizzato dalla piccola borghesia in formazione. La viticultura vide l’avanzamento di un nuovo strato sociale, il mezzadro, che diventò affittuario e poi piccolo proprietario. La serricultura fu un fenomeno essenzialmente proletario: l’ex bracciante riuscì a comprare uno o due ettari di terra per impiantare la sua serra. Un numero crescente di persone in modo progressivo ha partecipato allo sviluppo economico.

Come hanno inciso il socialismo e le lotte politiche nell’evoluzione della nostra economia?

Hanno inciso parecchio, soprattutto nella seconda metà dell’800 e nei primi anni del ‘900. La dottrina socialista chiama i proletari a migliorarsi sotto l’aspetto della cultura e della maturazione politica, facendone  una  componente attiva, eleggendo nei consigli comunali anche rappresentanti di contadini e artigiani. Addirittura paesi come Comiso e S.Croce vengono conquistati da liste di rappresentanti proletari. La lotta proletaria ha portato ad un aumento dei salari e ridotto il numero dei mendicanti e dei senza lavoro. Alla fine dell’800 nacquero i Fasci dei lavoratori che aggregarono contadini, operai, intellettuali, progressisti e si fecero promotori di lotte per l’aumento dei salari. Nei primi del ‘900 con il suffragio universale maschile anche i proletari elessero i loro rappresentanti in parlamento.

Ai nostri giorni quali sono le potenzialità del nostro territorio che possono permettere un progresso economico e sociale?

La colonna portante della nostra economia resta ancora l’agricoltura, che tra gli anni ’60 e ’80 ha avuto grande sviluppo e si è modernizzata; in seguito questo settore ha incontrato anni difficili. Bisognerebbe insistere di meno su alcune colture di cui il mercato è oramai saturo e ingegnarsi nello sviluppo di nuove. Sarebbe necessario un aiuto da parte del governo ai produttori, superare l’individualismo: se si riunissero i coltivatori in cooperative, i costi di produzione e di spedizione diminuirebbero. Il turismo è la speranza del futuro che potrebbe diventare certezza se ci fosse maggiore collaborazione tra potere pubblico e privato. Servirebbe un miglioramento dei mezzi di locomozione per collegare i vari comuni della provincia e una maggiore pubblicizzazione delle nostre ricchezze paesaggistiche ed archeologiche.

Lei è stato protagonista della vita politica santacrocese impegnandosi nella realizzazione della biblioteca comunale e poi nella fondazione del museo civico. Come valuta la situazione culturale oggi a S. Croce? Cosa si potrebbe fare?

S.Croce ebbe il suo museo della civiltà contadina quando altri comuni della provincia ancora non lo possedevano, mobilitando i cittadini a contribuire alla realizzazione con donazioni. Purtroppo il museo ha avuto le sue disavventure,  diventando un magazzino. Per quanto riguarda la biblioteca, dobbiamo dimenticarci degli anni in cui fu vista come un deposito di libri. Le biblioteche sono elementi di cultura viva, di mobilitazione, ospitano conferenze, favoriscono il confronto delle idee e il dialogo. Le nuove generazioni devono sentirla come uno strumento di crescita e miglioramento. Da qualche anno si spende poco per l’acquisto di libri. Io ricordo che a metà degli anni ’80 spendemmo in un solo anno 20 milioni. Bisognerebbe cercare di ottenere contributi da parte dei privati, perché i comuni attraversano un periodo di difficoltà finanziaria. La mia impressione è che non c’è stato molto a livello culturale in questi anni. La cultura non deve essere considerata come dimostrazione di sapere personale ma come strumento di crescita della comunità, deve riuscire a risvegliare gli interessi dei cittadini coinvolgendoli. Collegare S.Croce agli altri comuni e non chiudersi.

Gaetano Giudice

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