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Sono passate da poco le 2 del pomeriggio. Un’auto si ferma ai bordi della strada: scendono una mamma e il figlio piccolo. Avrà qualche anno più di Loris. Portano in mano una stella di Natale, l’ennesima. L’appoggiano con cura in mezzo alle altre. C’è anche Santa Claus. I fiori e i peluche, con qualche addobbo natalizio, creano dei giochi di colori che gelano il cuore. Perché non avrebbero mai dovuto esserci. Avremmo preferito vedere quel mulino ancora triste e silenzioso, e il tempo scandito solo dallo scorrere dell’acqua. Adesso, invece, è un via vai di bambini e genitori, semplici curiosi, anziani rispettosi che pregano in silenzio. Accostano, abbassano lo sguardo per un attimo. Si soffermano davanti ai numerosi messaggi, li leggono e danno un’occhiata a quel posto, dipinto come “orrendo”. La natura lascia spazio al ricordo, cupo e inaccettabile. Sono trascorse tre settimane e mezzo, ma si fatica a digerire l’accaduto. Ricacci il groppo in gola. Poi dal mulino al cimitero. Non fai in tempo a parcheggiare l’auto che già ti chiedono “dov’è Loris”. E’ impossibile non notare la sua tomba. La lapide sparisce sotto i fiori. La foto fa capolino, in alto. Messaggi ovunque: quello degli amichetti del taekwondo fa a pugni con la coscienza di ognuno. “Vai e insegna agli angeli a calciare”. Ma per andare in cielo era ancora troppo presto e darsi pace è sempre più difficile.

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