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Imu agricola, imposta errata e iniqua: ne parla Giovanni La Via, europarlamentare del Partito popolare europeo.  Negli ultimi mesi il dibattito politico per il settore agricolo si è concentrato sull’Imu. Un dibattito interno ai partiti sulla correttezza e sulla sostenibilità dell’imposta, ma che ha coinvolto l’opinione pubblica, a seguito delle manifestazioni organizzate negli ultimi giorni dagli agricoltori, che rischiano seriamente di essere messi in ginocchio e dover chiudere le proprie aziende.

“L’Imu agricola – spiega La Via – è una imposizione prevista, sulla base del valore stimato dei terreni e dei fabbricati destinati all’attività agricola, in sostituzione dei finanziamenti diretti dello stato agli enti locali. Si tratta di un’imposta introdotta dal Governo Monti, cancellata dal Ministro  De Girolamo durante il Governo Letta, e reintrodotta da ultimo dal Governo Renzi, a garanzia e copertura della famosa misura del bonus di 80 euro in busta paga per alcune categorie di lavoratori. Si tratta però di un’imposta profondamente errata e iniqua. Il legislatore determina, infatti, il valore dell’imposta partendo dal reddito imponibile catastale, dapprima aumentato del 25% poi moltiplicato per un coefficiente, diverso a seconda della figura dell’imprenditore e infine applicando a tale valore presunto del bene immobile un’aliquota del 7,6 per mille. Con un piccolo esempio di calcolo (per i non coltivatori diretti o gli imprenditori agricoli professionali), si dimostra che partendo da un reddito presunto di 100 euro, si perviene a una tassa pari a 128 euro. Mi chiedo, a questo punto, quale categoria possa mai essere in grado di pagare un’imposta superiore al proprio reddito. Pare quindi evidente che sono stati commessi degli errori. Ma le storture sono molteplici. Come è noto, l’attività agricola si svolge in campo aperto ed è quindi sottoposta al rischio di calamità naturali. Ma, mentre l’imposta sul reddito (pagata annualmente attraverso il modello unico) nel caso di calamità naturale viene ad essere annullata, l’IMU, cosi come introdotta, dovrebbe ugualmente essere pagata, anche nel caso di calamità naturale (e quindi in caso di mancato reddito). Si tratta, pertanto, di un’imposizione di tipo patrimoniale.

Una volta introdotta, l’Imu ha subito alcune modifiche negli anni successivi. L’introduzione di un’applicazione differenziata a seconda delle tipologie dei terreni, con il pagamento integrale per i terreni in pianura e parziale o con esenzione nelle zone collinari e montane. Furono poi parzialmente ridotte le aree soggette alla tassazione. Ma nonostante tali interventi, che vanno nella direzione giusta, la tassa rimane insostenibile per il mondo agricolo, perché non fondata sul valore reale dell’immobile, ma su un valore stimato a partire dai dati di reddito catastale, in alcuni casi estremamente datati e riferiti a condizioni reddituali dell’agricoltura non più rispondenti all’attuale, ed enormemente superiori ai valori reali di mercato, giungendo a pagare, per esempio nei casi di aree intensive della nostra regione, un importo sulla base di una valore superiore anche decine di volte rispetto a quelle reale. Tale meccanismo porta ad alcune aberrazioni. Innanzitutto il valore dell’Imu è in molti casi superiore all’aiuto al reddito concesso dall’Ue attraverso i fondi della Politica Agricola Comune, in sostanza annullando totalmente gli effetti delle risorse che ci giungono dall’Europa. In secondo luogo, chi dovrebbe beneficiare del gettito dell’imposta, e cioè i Comuni, non ne trarrà giovamento alcuno, ma anzi verrà messo in una situazione di grave difficoltà, perché pare evidente che gli agricoltori non saranno in grado di adempiere materialmente a questa imposta. Il mio vuole quindi essere un appello. Ho manifestato in tutte le sedi e in tutte le forme, la mia ferma contrarietà all’imposta. Si tratta di un invito alla riflessione, perché abbiamo ancora la possibilità di cancellare questa norma iniqua e sproporzionata”.

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