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Una lesione alla spalla, un paio di distorsioni alla caviglia, una frattura al naso, due interventi al piede: sembra un bollettino di guerra, ma sono “soltanto” gli ostacoli che Giorgio Distefano, capitano della Vigor, ha dovuto superare per accaparrarsi una buona fetta dell’impresa. La promozione in Serie C è anche e soprattutto sua. Dopo 15 anni di pallacanestro è arrivata una soddisfazione clamorosa e per certi versi inattesa: “E’ una delle più grandi gioie della mia vita – spiega in esclusiva a Santa Croce Web -. Ricordo bene i discorsi fatti la scorsa estate, durante la preparazione. Qualcuno ci dava tra le favorite, ma noi scoppiavamo a ridere. Nessuno, ma proprio nessuno, pensava di poter arrivare fra le prime tre. Anche se eravamo consapevoli di essere una squadra tosta”.

Qual è stata la forza della Vigor?
“Rinunciare tutti a qualcosa per la causa comune. Sacrificarsi per raggiungere l’obiettivo. Non siamo giocatori pagati: qualcuno studia, molti lavorano e si svegliano alle 4 del mattino. Ma siamo stati bravi a mettere da parte gli egoismi e dare il massimo. Questa molla è scattata anche nei più giovani”.

Tre aggettivi per descrivere questa stagione
“Esaltante, sorprendente ed eccitante”.

Perché eccitante?
“Spesso ci siamo giocati la vittoria in volata, a volte ai supplementari. E’ una cosa che ci ha fatto maturare. Non ci sono state partite perse o vinte di tanto. Ce le siamo sudate praticamente tutte”.

Qual è stato il momento della svolta?
“Se ne devo trovare uno, dico la sconfitta di Licata (terza giornata di ritorno, ndr). Abbiamo perso, ma dopo aver fatto una grande partita. Lì abbiamo capito di essere competitivi anche in trasferta. Tutti ci temevano per la forza espressa in casa nostra. Ma da quel momento la percezione è cambiata: sia per noi che per gli altri”.

Quanto ti responsabilizza la fascia da capitano?
“Molto. E’ una cosa che mi fa piacere, un’investitura che mi gratifica. Questa squadra la sento mia. Ma mi comporterei allo stesso modo anche senza fascia”.

Sei il più esperto del gruppo
“E’ vero, ma odio sentirmi chiamare ‘vecchio’. A 26 anni un giocatore, anche se nelle categorie inferiori, è al massimo della sua maturità fisica e atletica”.

Ti senti un esempio per i ragazzi più giovani?
“Provo a dare l’esempio, quello sì. Provo a trasmettere la passione per questo sport, la capacità di sacrificarsi, la cattiveria agonistica necessaria. Se lo fa lui – pensano – perché non posso farlo anch’io?”.

Come è entrato il basket nella tua vita?
“Mia mamma e un mio amico, ai tempi della quinta elementare, mi hanno accompagnato in palestra per la prima volta. Poi non ne sono più uscito. Vedere le immagini di Michael Jordan in tv ha fatto il resto. Come fai a non innamorarti? E mi piaceva l’idea di usare le mani anziché i piedi… Inizialmente giocavo a calcio ma facevo il portiere”.

Nella tua carriera ti sei anche allontanato da Santa Croce…
“Una volta per far ritorno a Pomezia, dove sono rimasto tre anni. Durante quel periodo però la Vigor non ha mai ceduto il mio cartellino e per questo la ringrazio. Un’altra, nel 2008-09, per giocare a Comiso. Anche quella volta ottenni una promozione, ma farlo a Santa Croce è tutta un’altra cosa”.

Hai mai pensato di esplodere?
“Se non succede a 20-21 anni, è difficile che succeda dopo. Sapevo bene di non avere i mezzi fisici e la tecnica necessaria per fare il grande salto. Ma non ho mai visto la pallacanestro come un’occupazione. Solo un’enorme passione che non mi ha impedito di studiare e lavorare”.

Quanti meriti ha coach Giancarlo Di Stefano in questa memorabile cavalcata?
“Direi che i meriti vanno equamente divisi fra allenatore e giocatori. Lui è stato importante. Un allenatore è anche psicologo. E negli ultimi anni siamo riusciti a capirci e venirci incontro, anche sotto il profilo caratteriale. E poi ci fa giocare a memoria. Si sono instaurati dei meccanismi così precisi che se la stagione fosse appena cominciata, forse le vinceremmo tutte…”.

Come ti immagini il prossimo campionato?
“Non vedo l’ora di tornare in campo. Ho voglia di pormi nuovi obiettivi e sfidare me stesso. Non conosco la Serie C1, saremo tutti al debutto, ad eccezione di Occhipinti. Magari un rinforzo ci aiuterebbe. A patto che si inserisca nel nostro puzzle e si metta a disposizione dei compagni. Non ci servono “stelle”, ma qualcuno che entri negli ingranaggi e torni utile alla causa”.

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