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“Ho il parere della Soprintendenza che nel 2009 ha messo per iscritto che l’immobile non aveva alcun requisito storico, ma di essere compromesso e pericoloso, a rischio crollo”. Parola dell’architetto Mariangela Mormina, dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale, in un’intervista di qualche tempo fa. Il Comune di Santa Croce Camerina, prima di abbattere la caserma borbonica nel maggio 2014, non ha ritenuto opportuno chiedere un nuovo parere alla Soprintendenza perché la stessa non aveva “ritirato il parere di cui sopra”.

Secondo l’architetto e il sindaco Iurato, la parte centrale dell’edificio, risalente al 1800, non aveva alcun interesse culturale. Il primo cittadino, a più riprese, ha consegnato il suo pensiero a Facebook: “Chi adesso grida allo scandalo, tirando fuori non si sa bene quale motivazione storico-culturale, era invece promotore dell’abbattimento (…) Forse non sopporta che la collettività venga prima del privato, e maschera il profondo e livoroso disappunto dietro non ben precisate motivazioni di tutela del presunto e ipotetico patrimonio storico culturale”. Anche alle Iene, in un servizio mandato in onda a ottobre, il primo cittadino aveva ribadito che non si trattasse di un edificio storico.

Bastava, quindi, il parere espresso del 2009 dalla Soprintendenza a demolire la caserma? La dottoressa Rosalba Panvini ha già spiegato nell’intervista che si trattasse di “un parere non assimilabile sul recupero del centro storico di Punta Secca”, ma a seguito delle nostre ricerche, e della seconda puntata di questa inchiesta, ha voluto ribadire con forza un concetto: “La Caserma distrutta era un bene culturale, ex art. 10, commi 1 e 5 del Codice dei Beni Culturali, laddove, fra l’altro, è un bene culturale un immobile appartenente a qualsivoglia ente pubblico, la cui esecuzione risalga ad oltre 70 anni. La legge supera qualsivoglia parere, vigente o no, di qualunque Soprintendente, in carica o no: la legge è legge. E’ stato già spiegato al Comune, in data 10 aprile 2014, che il procedimento di verifica dell’interesse su un immobile-bene culturale, secondo il Codice sopracitato, è cosa completamente diversa dal parere della Soprintendenza sui piani particolareggiati. Essendo stati questi piani particolareggiati respinti, e perciò inattivati e inattivabili, quel parere è come se non fosse stato mai dato. Il Comune non poteva non conoscere il contenuto del D.D.G. del 06/05/2008, n.6145 dell’assessorato ai Beni Culturali, più volte richiamato da questa Soprintendenza, circa il procedimento con il quale si attua la verifica di un bene culturale, procedura mirata all’accertamento circa il mantenimento e/o la decadenza dei requisiti di culturalità del bene, e che nulla ha a che vedere con gli altri pareri espressi dall’Istituto”.

La dottoressa Rosalba Panvini non usa mezzi termini: “Non soltanto la legge non ammette ignoranza, ma il Comune, ai sensi dell’art.5 dei Beni Culturali, deve cooperare nell’esercizio delle funzioni di tutela dei Beni Culturali. Da qui la gravità dell’operato stigmatizzato da questo Istituto. Si chiarisce infine, ancora una volta, che l’art. 146, comma 1, del menzionato codice, prevede espressamente: “i proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo di immobili non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione. Si tenga conto che l’agire distruttivo, senza il preventivo parere, è stato posto in essere non dal legittimo proprietario dell’area e del bene stesso, cioè il Demanio Regionale Marittimo, ma dal comune che, in ogni caso, era privo di qualsivoglia titolo ad agire. Pertanto, ogni eventuale sopralluogo, in aree soggette a vincolo, anche di carattere contingente ed urgente, non può, né poteva, nel caso, essere attuato senza la presenza della Soprintendenza”. Proprio a seguito di queste mancanze, la Soprintendenza ha presentato un esposto agli inquirenti. La magistratura, unica deputata a far luce sull’argomento, ha aperto due inchieste. Noi, attraverso una mail fatta pervenire all’Ufficio Tecnico comunale e alla segreteria del sindaco, abbiamo dato al primo cittadino e all’architetto Mormina di replicare. Finora senza successo.

Un Commento

  1. NIMBY

    12 dicembre 2015 a 16:41

    Io non voglio entrare nel merito della questione, anche perchè le carte parlerebbero molto chiaramente e se il Sindaco ha la capacità di dimostrare il contrario e quindi di avere agito in buona fede, allora tanto di guadagnato per tutti, perchè onestamente quel rudere non si poteva veramente vedere più a Punta Secca.
    Purtroppo, però, il Sindaco è solo la punta di un Iceberg di abominevole ignoranza ( dal lat. ignorans -antis, part. pres. di ignorare «ignorare») formata dall’intera giunta ( tranne uno…), eh si perchè, corsi e ricorsi storici ci fanno notare che, come nella giunta Cascone, così anche adesso nella giunta Iurato, il nostro caro assessore Allù quando c’era e c’è da assumere decisioni importanti e che potrebbero compromettere l’incolumità politica e penale delle persone… lui non c’è mai stato… prova ne è il fatto che non c’è una delibera di giunta relativa alla Caserma ex GdF in cui lui sia presente ( coincidenza o astuta volonta?)… Lui si è fatto il suo belvedere davanti casa sua, ma tutte le responsabilità ricadono o ricadranno su chi, in quelle famose delibere era presente e quindi ha avallato tutto ciò che è successo… Mentre la sua presenza si è notata “solamente e guarda caso” durante i due giorni della demolizione… e dulcis in fundo quando si è presentato con un bel vassoio di Macallè al cospette delle Iene…
    Quindi, sintetizzando… qualcuno potrà anche finire sotto processo, tranne chi potrà dire “io non c’ero e non ho firmato nulla, è stato fatto tutto senza la mia presenza…”
    Meditate gente, meditate…

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