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Dalla ricostruzione effettuata da Mario Barresi sul quotidiano ‘La Sicilia’, emergono particolari sconvolgenti riguardo la mattina del 29 novembre 2014, in cui perse la vita il piccolo Loris. La donna, durante la perizia psichiatrica, vuota il sacco e punta il dito contro il suocero Andrea Stival, dopo averlo fatto qualche settimana prima, in modo meno circostanziato e più impreciso, con una psicologa del carcere di Catania. E’ il 9 febbraio, la platea è nutrita: ci sono i periti nominati dal gup, Eugenio Aguglia e Roberto Catanesi. E i consulenti di parte: Pietro Pietrini e Giuseppe Sartori per la difesa, Giuseppe Catalfo e Maria Costanzo per il marito come parte civile. C’è anche Silvio Ciappi, nominato dal suocero. Ecco la ricostruzione (La Sicilia, 19 feb 2016):

È pronta per dirci il nome che ieri non si sentiva di fare? «Sì», risponde. Tremando. «La notte ha portato consiglio. Tenere tutto dentro non serve a niente. Mi sento in colpa perché sono stata zitta». Ribadisce il concetto, ovvero che «pensavo di proteggere» l’altro figlio, «invece sto proteggendo qualcun altro». Poi la notizia: «Quella mattina non ero sola. Sono responsabile io, ma anche qualcun altro. Non avrei potuto scenderlo io: Loris pesava 18 chili, io 48… E quando è addormentato sono più di 18 chili». Poi l’esito di un’auto-perizia psichiatrica: «Matta io non ci sono. Non lo faccio apposta. Se sono stata così è stata paura, paura, paura… ». Il nome, quel nome, è ancora sottinteso. Ma il movente, convitato di pietra di questo processo, è già sul piatto: «Loris aveva capito più di quanto io immaginassi. E, anche se avevo provato a parlargli, qualcun altro voleva parlargli pure». Una consolazione indotta («Probabilmente da oggi Loris riposerà in pace») e un’ammissione: «Ho mentito quando sono andata a fare il sopralluogo a casa». Poi subito alla scena del delitto: «I polsi li ho legati io, ma non l’ho strangolato io. Chi era con me stava discutendo con me. Loris non è morto strangolato con una fascetta, ma da un cavo Usb di un computer. Non pensavo che andasse a finire così… ».

«Loris continuava a dirmi: quando torna papà?»

«Il nome è Andrea». Lo scandisce. Lentamente. Quasi come se fosse un piacere da gustare il più a lungo possibile. E poi è un ping-pong di domande e risposte. Perché volevate parlare con Loris? «Il suo nervosismo degli ultimi giorni è perché voleva dire tutto a papà. Lo aveva capito e lo aveva visto che ci fosse qualcosa. Aveva visto un gesto e forse qualcosa di più. Aveva capito tutto». Lei aveva provato a disinnescare la bomba: «Io ne avevo già parlato con lui. La sua maturità è stata sempre grande, più di otto anni. E quel chiudersi nel silenzio era perché aveva capito». Ma non c’era più nulla da fare: «Quella mattina Loris mi ha detto che l’avrebbe detto a papà. Continuava a dirmi: quando arriva papà? E lì ho avuto ancora più paura». E il suocero era «spaventato di cosa avrebbe mai potuto pensare la gente, suo figlio, sua figlia… ». Dal movente, d’improvviso, il monologo si sposta a casa. «In quel portone non lo vedremo (Andrea, ndr) mai entrare né uscire, perché lui era seduto nel sedile di dietro. Ho posteggiato nel piazzale, ma non avevo le chiavi perché le avevo date a Loris. Andrea è sceso dall’auto ed è salito». Lei si attarda e arriva quando nonno e nipote sono assieme: «C’era la tv accesa e loro stavano già parlando e discutendo. Mio figlio aveva paura, lo vedevo dalla sua faccia. Andrea mi ha detto di prendere qualcosa. Ho preso le fascette». Poi Veronica si auto-esclude dalla scena del delitto. «Mi chiamò Davide al telefono e sono andata in camera da letto a parlare con lui. Non gli ho fatto capire nulla, ma sono stata sbrigativa, perché sentivo alzare il volume nell’altra stanza… ». Torna. Ed è già il finale: «Mio suocero ha preso un cavo. Io sono rimasta pietrificata. Avevo gli occhi spalancati di mio figlio che guardavano me e io non riuscivo a fare niente». Il tentativo, estremo: «Ho provato a prendere le forbici per liberarlo. Ma quando sono tornata per liberarlo, non respirava più». Ammette che «i graffi che aveva al collo erano le mie unghie, cercavo di fargli prendere aria». E perché non ha chiesto aiuto? «Non ho urlato, non sapevo cosa dire… Quando ho preso il telefono per chiamare un’ambulanza, sono stata fermata da mio suocero».

«Assieme verso il canalone, lì l’ha gettato lui»

Loris, secondo questo agghiacciante racconto della madre, a quel punto è morto. «Andrea mi disse: “Non possiamo lasciarlo a casa”», racconta la nuora. Il bimbo è ancora vestito («aveva pure il giubbotto e il grembiule, quando era salito non s’è tolto niente»), Veronica ricorda che «gli ho tagliato le mutandine di lato perché s’era fatto la pipì addosso». E poi, da profonda conoscitrice delle carte processuali, specifica: «Ecco perché è stato trovato con i pantaloni non abbottonati». A questo punto il film della Panarello continua con l’occultamento del cadavere. Lei scende in garage, «quando il signor Emmolo, quello del primo piano, era appena uscito». Sposta la sua “Polo”. «Poi è arrivato Andrea con in braccio Loris. Ho aperto lo sportello lato passeggero ed è lì che è stato poggiato». Aggiunge un particolare: «Gli ho messo un plaid blu di Topolino di sopra». Andrea «si è messo nel sedile dietro di me». Poi un altro dettaglio: «Ho chiuso forte il garage, c’era la ragazza del lavasecco davanti e io ho messo un giubbotto sopra mio suocero». Ma perché lo copre? «Avevo paura che lo vedessero». Comincia il viaggio. «Non sapevo dove andare, mi ha detto: “Vai verso Punta Secca”». Racconta il percorso, fino al canalone. Arrivati. «Io ho tolto il plaid di Topolino, lui l’ha preso in braccio. Ed era appoggiato al muretto». Ma, così come per lo strangolamento, Veronica si tira fuori anche dall’altra scena decisiva: «Ero ferma, ma non ho visto come è caduto, non ho visto niente». Si riparte. «Mi sono seduta nel sedile accanto, guidava lui. Ha fatto un giro largo, si è fermato in una strada. Mi ha detto che aveva dimenticato il telefono e doveva tornare a casa. Mi ha lasciato lì». Con una frase («Stai zitta e vai a casa ora pensa all’altro figlio») che Veronica racconta di aver avvertito «come una minaccia».

«Zainetto e mutandine, ecco dove li ho buttati»

Veronica risale a casa. E sostiene di aver “bonificato” la scena del delitto. Buttando le prove una in un posto diverso dall’altro: il famoso zainetto di Loris «in un campo», «poi anche le fascette» (ma dove?), gli slip e la spazzatura «dentro un bidoncino con un sacco nero al castello». Non fa più cenno a un altro elemento: il cavetto Usb. A Donnafugata partecipa al corso di cucina. «Non capivo niente, le persone erano un rimbombo». Alle 12,15 – racconta – «mi sono alzata di scatto: devo andare a prendere i miei figli a scuola!». La nebbia avvolge la sua mente: «Speravo di vivere il giorno precedente e di trovare Loris vivo». Le ricerche, la disperazione, il ritrovamento del cadavere, i primi sospetti su di lei. «Una volta Andrea disse: “Forse sei stata tu”. Ero furiosa, gli ho tirato una bottiglia addosso e gli ho detto: vattene e non farti vedere più».

«Mi attraevano le sue attenzioni. Davide invece… »

Ma in molte domande Veronica è sfuggente. Mai più parlato col suocero prima dell’arresto? «Non capivo niente, dormivo sempre». Perché ha fatto «gestire ad Andrea» e non ha chiamato il marito? «Perché la situazione era tranquilla»; ma le fascette risulterebbero messe ai polsi la notte prima. Quando è sceso dall’auto dopo il canalone? «Non ci penso, avevo fretta di andare a casa». Perché ha gettato gli oggetti in posti diversi? «Perché mi accorgevo di una cosa in più man mano che camminavo». In una cosa sola la donna è precisa. Perché era attratta da Andrea? «Per l’attenzione che mi dava, per come mi faceva sentire quando Davide non c’era». Ma Davide non era affettuoso? «A volte sì, a volte no. Lui non è molto “facile” nel dire le cose. Riesce a farle capire».

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