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Sabato mattina a Comiso, presso l’auditorium del Centro Diurno per minori, si è tenuto un seminario dal titolo “Bullismi, Cyberbullismo, disagi adolescenziali: conoscere per prevenire”. A margine dell’incontro, organizzato dal Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza del comune di Comiso, dott. Calogero Termini, abbiamo intercettato il professor Francesco Pira. Noto sociologo e giornalista, Pira è anche docente di Comunicazione e Giornalismo all’Università di Messina, oltre che profondo conoscitore delle dinamiche dei nuovi media. Con lui si è discusso di cyberbullismo e dell’incidenza del web (e dei social) sulla riproduzione di atteggiamenti ostili, denigratori e offensivi nei confronti degli adolescenti da parte dei loro coetanei: “Oggi il bullismo non si consuma più in classe o nei corridoi di una scuola – esordisce Pira in esclusiva a Santa Croce Web -, ma viaggia sui social a una velocità incredibile. Secondo me i genitori non si rendono conto di quanto sta accadendo e anche le scuole dovrebbero essere più informate”.

Di chi sono le principali responsabilità?
“Qui è il sistema ad apparire deresponsabilizzato. I genitori accusano la scuola, la scuola accusa i genitori. Nel frattempo i ragazzi continuano a vivere nella loro dimensione e le istituzioni sottovalutano il problema. Si è creato un cortocircuito preoccupante e in questo vulnus il cyberbullismo rischia di proliferare. Tutti devono fare la propria parte”.

Il cyberbullismo è un allarme sociale?
“Quasi. Non si tratta più di episodi circostanziati, che di volta in volta possono essere affrontati. Gli ultimi dati nazionali parlano di un caso di cyberbullismo al giorno”.

Cosa induce i ragazzi a diventare bulli?
“Oggi esiste una forte rappresentazione del sé e una grande voglia di apparire. Prevaricare gli altri e mortificarli, e far vedere a tutti come si è bravi a farlo, fa parte di questa voglia di mettersi in mostra”.

Il web è diventato uno strumento infernale?
“Non è il web a essere infernale. Le tecnologie ormai fanno parte della nostra vita quotidiana, dieci anni fa era impensabile. Oggi passiamo sui social buona parte delle nostre giornate, ma non tutti hanno idea di come usare il mezzo”.

Le vicende legate a Tiziana Cantone e Diletta Leotta, sebbene con esperienze e conseguenze diverse, stanno quasi diventando un’abitudine.
“Si chiama sexting, ossia la trasmissione di materiale erotico e pornografico attraverso i social o sistemi di messaggistica istantanea. Ma, ripeto, non darei la colpa al mezzo. Nel caso della povera Tiziana, se ci fosse stata una società pronta ad aiutarla e a capire le sue esigenze, probabilmente una famiglia pronta a dare delle risposte e degli amici capaci di lanciare un allarme, non parleremmo di suicidio ma di una persona capace di risolvere un problema grave”.

La legislazione è troppo carente nel contrasto del bullismo?
“Spesso, quando non si risolvono i problemi, diamo la colpa al legislatore. Ma questa regola non vale sempre. Adesso stanno tentando di fare una legge per contrastare la piaga del bullismo e del cyberbullismo, anche se le prime avvisaglie non sono quelle che ci aspettavamo. Fare una legge per reprimere può essere giusto, ma il vero buco sta nel non costruire un tessuto capace di prevenire”.

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