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Cari amici tuttologi, rassegnatevi: Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Il dato politico, però, m’importa poco. Nel senso che questa riflessione non è dettata dalla voglia di parteggiare per uno dei due candidati alla Casa Bianca (che non mi piacevano e non piacciono). Ma per evidenziare, ancora una volta, i commenti degli italiani, che misurano la maturità e il Q.I. delle altre popolazioni in base al presidente che esse scelgono o alla decisioni che esse prendono (vedi Brexit). E’ molto facile, quasi scontato, argomentare su perbenismo e democrazia col cul* degli altri. Meno scontato accusare il nostro presidente del Consiglio di aver organizzato un’ascesa al potere senza il placet di un corpo elettorale che si rispetti. Ma queste considerazioni rischierebbero di toccare – e non è mia intenzione – solo i sostenitori di un partito che di democratico, in questa fase storica, ha persino troppo.

Il mio intento, invece, è difendere la democrazia del popolo americano da accuse patetiche come quella di aver fatto “sprofondare gli Stati Uniti nella notte più lunga di sempre” o di aver “scelto un fascista xenofobo, nonché puttaniere, per guidare la più grande democrazia del mondo”. Ma il classico commento che mi è capitato di leggere in giro è il seguente: “E’ il giorno più triste per l’America”.  Se anche i sondaggisti si sbagliano, figuriamoci i veggenti. Quali sono gli strumenti in mano alla popolazione di Facebook per determinare affermazioni così convinte e (quasi) convincenti? O ai “politologi” dell’ultim’ora che mettono Le Pen, Salvini, Grillo, Erdogan e Trump nello stesso calderone? Come si fa, a migliaia di chilometri di distanza, ad emettere verdetti inequivocabili sul “futuro per niente roseo” degli Stati Uniti d’America?

Volete insegnare agli americani il senso di democrazia che noi, in Italia, neanche ci sogniamo? Al massimo, potrete farli ridere, raccontando loro la barzelletta di tre capi di governo non democraticamente eletti o di un capo di Stato che a 90 anni, senza precedente alcuno nella storia del nostro Paese, prolunga il suo “regno” oltre il ragionevole settennato di cui parla la Costituzione per dare tregua alla politica. Queste sono le lezioni “negative” da esportare all’estero. In questo luogo non voglio sforzarmi più di tanto nel capire le motivazioni che hanno spinto gli americani a votare repubblicano (Trump, sia chiaro, non è uno stinco di santo). Ma siccome siamo in America, escludo che il 50% della popolazione sia fuori di testa. Forse è delusa, incazzata, desiderosa di cambiamento. Magari un po’ masochista. Ma non pazza. Aspetterei un attimo a tramutare un grande simbolo di democrazia come le elezioni americane nella “fine del mondo”. Aspetterei un attimo per associare il nome di Donald Trump al un pericolo nucleare incombente o al motto “più pistole per tutti”. Aspetterei un attimo a tacciare i trumpisti o i brexisti di ignoranza. Aspetterei un attimo: giusto il tempo di azionare il cervello e dar fiato alle… tastiere. Parliamo di referendum, che ci riesce meglio (forse).

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