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Il bullismo, o meglio ancora i bullismi, sono un triste fenomeno dell’età preadolescenziale e adolescenziale, purtroppo in continuo aumento. Oggi parliamo di “bullismi” in quanto dal tradizionale fenomeno scolastico si è gradualmente passati al bullismo familiare, a quello sociale, per ultimo al cyberbullismo che utilizza i social media più diffusi, quali Facebook e WhatsApp. Come nel caso di Santa Croce Camerina, la parola bullismo evoca spesso, sicuramente in modo errato, manifestazioni estreme di disagio e di aggressività e invece le prepotenze sono una realtà diffusa, strisciante, spesso negata o latente. Riguardano tutte le scuole e i gruppi, con forme e significati di volta in volta diversi, dai riti di iniziazione alla competizione forzata, dall’esclusione apparentemente indolore di un allievo al bisogno di compensare un percorso individuale – familiare, scolastico – irto di difficoltà e che spesso si traduce in comportamenti aggressivi. Sono questi i bullismi che si nascondono nelle pieghe della routine scolastica e vengono etichettati come “ragazzate” o “scontri che fanno crescere”.

Nel caso del ragazzo di Santa Croce è stato un atto di vero e proprio bullismo oppure è una manifestazione di un disagio sociale che si estrinseca in gesti di aggressività? Difficile potersi esprimere senza aver fatto delle analisi approfondite e serie sul contesto familiare e su quello scolastico. Non dobbiamo mai dimenticare che le storiche “agenzie educative” sono state per decenni la famiglia e la scuola: lo sono ancora oggi? Anche questa è una domanda che merita una profonda riflessione. Esiste ancora oggi la famiglia nella quale i genitori sono presenti e mantengono i loro “ruoli”? Il contesto relazionale all’interno delle famiglie di immigrati come è strutturato? La formazione dei docenti ha tenuto conto delle nuove dinamiche educative che si devono mettere in campo per le nuove generazioni, figlie di una società fluida e in continuo cambiamento?

Proprio per rispondere a queste domande e porre in essere delle azioni che non possono esaurirsi in una assemblea dei genitori o in un collegio dei docenti  è indispensabile un intervento a “rete”: famiglie, scuole, istituzioni pubbliche (azienda sanitaria provinciale, servizi sociali comunali, equipe socio-psicopedagogica) devono unirsi e intervenire senza perdere tempo con azioni formative sulle famiglie, sui docenti e, soprattutto, utilizzare strumenti per ascoltare e far parlare i ragazzi e i giovani. Certamente non è semplice, ma bisogna iniziare a lavorare sulla prevenzione di questi disagi comportamentali.

Il bullismo e il vittimismo sono due facce della stessa medaglia ed hanno radici nella famiglia e nel contesto sociale. La famiglia e la società in cui vivono bulli e vittime devono essere oggetto del nostro interesse e non della nostra indifferenza, se vogliamo che gli uomini e le donne di domani vivano in una collettività non violenta e non aggressiva. Tutto ciò dipende solo ed esclusivamente da noi.

Calogero Termini
Garante dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del comune di Comiso

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