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25 nov, giornata internazionale contro alla violenza di genere, ho voluto dare, con la collaborazione di molte donne che hanno risposto al mio appello, un segnale forte al terribile tema di questa giornata. I dati riportate dalle statistiche sono sempre allarmanti, infatti non tende a calare il numero delle vittime del furia omicida di mariti o compagni che a loro dire amano. Ma purtroppo il femminicidio è il capolinea di infiniti soprusi che una donna è costretta a subire in termini di violenza psicologica, morale, e verbale … Rompere il silenzio , nella maggior parte dei casi non è visto di buon occhio dalla società che tende a consigliare , alle donne maltrattate , di sminuire i fatti o soprassedere in nome del buon nome della famiglia o per il bene dei figli. A tal proposito si rende incomprensibile come parenti , amici o vicini di casa non si accorgano perlomeno degli stati d’animo delle donne maltrattate.

Il mio appello è rivolto tutte le persone che sono al corrente di violenze domestiche affinché possano aiutarle ad uscire dal vortice delle violenze darle coraggio a denunciare . Migliorare la società …. si può !!! a partire dal benessere e dalla serenità delle donne, poiché è è proprio attorno a noi donne che ruota lo stato sociale, e una donna mortificata che non riesce a reagire , trasmetterà nella vita di tutti i giorni – coi figli, al lavoro, e con tutte le persone con la quale si interfaccia – la propria angoscia . Donne che vorrebbero rompere il silenzio e ribellassi al quieto vivere standardizzato fatto di bugie, repressioni, umiliazioni,violenze sottaciute, desideri soffocati, lacrime in solitudine… ma che purtroppo, per paura, si sottace. Ringrazio ancora tutte le donne che hanno collaborato alla realizzazione di questo manifesto per dire STOP ALLA VIOLENZA, e anche a coloro che avrebbero voluto partecipare e non hanno potuto. La frase del manifesto è quella di Stefania Noce, uccisa a coltellate a 23 anni, perché aveva interrotto una relazione… riporto qui il testo che ha scritto qualche giorno prima della sua uccisione come manifesto universitario…

“Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare. A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”: non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, né, tanto meno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizione di eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui. Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto. Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicché le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera. Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perché legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne. Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato. Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perché di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO. Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza. Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione.”
Sen (Stefania Noce).

La nostra preghiera va a tutte le donne massacrate a cui è stato tolto l’amore dei figli… ed ai loro figli, che spessissimo assistono impietriti a scene raccapriccianti e ai quali resterà impresso per sempre il segno, e ai quali è stato tolto l’amore infinito della mamma . Sono convinta che l’ argomento di questa greve piaga sociale deve restare sempre in primo piano affinché si diffonda la cultura del’ amore… cioè rendere libere le persone.

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