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Lacrime, occhi gonfi e palloncini bianchi: i funerali di Francesco e Mirko

La funzione è stata officiata da padre Flavio Maganuco: "Viviamo nella carità di Dio"

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Sarebbero servite un paio di Chiese, grandi uguali, per contenere l’affetto e la commozione che si riversa sui feretri di Francesco Arrabito e Mirko Sokmani, nel giorno dell’estremo saluto. La morte dei due ragazzi, avvenuta all’alba di mercoledì in seguito a un incidente stradale fra Santa Croce e Punta Secca, ha sconvolto un paese intero. Che si è presentato questa mattina in chiesa Madre, madido di sudore e con gli occhi gonfi, per salutare due dei suoi figli. Il corteo si è ricongiunto, di fronte alle autorità cittadine e al gonfalone del Comune listato a lutto, all’incrocio fra viale della Repubblica e via San Giacomo. Da lì ha proseguito compatto verso piazza Vittorio Emanuele.

Metà dei presenti non ce l’hanno fatta ad assistere alla funzione. Hanno atteso fuori, mettendosi al riparo dalla canicola agostana. A officiare il rito è stato padre Flavio Maganuco, che già poche ore dopo la tragedia, citando i versi di Geremia, non aveva fatto mistero della sua difficoltà di reazione: Anche un sacerdote di fronte alle sofferenze non sa cosa fare – ha esordito padre Flavio – Sapere che due ragazzi così giovani, che si affacciano al mondo del lavoro e che stanno costruendo i loro sogni, non ci sono più, crea un vuoto nel cuore di tutti quelli che li hanno amati”. Il fratello di Mirko, Andrea, non distoglie mai lo sguardo dalla foto del suo angelo. Segue metà funzione in ginocchio. Accanto a lui la madre, che ha versato ormai ogni lacrima. La medesima scena si ripete pochi metri più a sinistra, dove la famiglia di Francesco, con grande compostezza, partecipa alla messa. E’ reduce da giorni di strazio, di domande, di interrogativi. Di un dolore impossibile da cancellare.

Padre Flavio fa presa, o almeno ci tenta, sulla folla che assiepa ogni angolo della chiesa Madre: “Quando avvengono tragedie del genere, le prime reazioni sono la rabbia o chiudersi in se stessi. Ma agendo in questo modo faremmo un torto alla memoria dei due ragazzi. Il cui ultimo gesto è stato un esempio di carità e di amicizia: si sono cercati e trovati l’un l’altro, per tornare a casa. Anche tutti noi dobbiamo vivere nella logica dell’affetto, della carità, dell’accoglienza, dell’amore”. E poi un ricordo di Francesco, che aveva frequentato il suo oratorio: “Mi porto dietro la sua gratuita disponibilità. Non ha mai chiesto nulla in cambio, nemmeno un grazie. Se c’è una medicina al dolore che stiamo vivendo è quella della carità, del donare amore”.

L’uscita dei feretri dalla chiesa è stata accompagnata da applausi scroscianti. Dagli amici dei due ragazzi sono stati liberati in aria una marea di palloncini bianchi. Che spazzano via da Santa Croce la cupezza di questi giorni.

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