Da isola felice a stanza della rabbia: P.Secca e il dramma dal caporalato

Ospitiamo la riflessione sui migranti della scrittrice Peppula Salvo

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Il nostro arenile, quello di Punta Secca, popolato soprattutto d’estate da turisti fan de “Commissario Montalbano” e da cittadini antichi amanti della piccola frazione marinara, che fino a poco tempo fa poteva permettersi il lusso di essere chiamato “piccola oasi felice”, ora è meta all’imbrunire di anime stanche, deluse, arrabbiate. Quando il sole scompare all’orizzonte con i sospiri e le carezze di coppiette innamorate, quando gli ultimi villeggianti si ritirano soddisfatti con la pelle scottata dal sole, l’imbrunire porta ombre velate che fanno del buio la loro casa.

Esseri, ancora umani, che si trascinano con la loro solitudine piegati dalla fatica, dall’incredibile indigenza strutturale e sociale in cui sono costretti a vivere da un negriero caporalato. Arrivano in silenzio uno dopo l’altro, quasi fantasmi, arrivano alla ricerca di pace, alla ricerca di un angolino di spiaggia che sia nido della loro sofferenza, che sia complice del loro abbrutimento, dove poter annegare la loro nullità in litri di birra. Nel bisogno di oblio per non più soffrire bevono, a stomaco vuoto, bevono fin quando parlano al mare che ascolta il loro patire.

Poi all’improvviso si alzano barcollando, non sono più loro, quella tristezza che portano nell’animo e il loro vissuto interiorizzato si trasformano in rabbia e il desiderio di sfogarsi prende il sopravvento. Le conseguenze non sono certo le migliori, si trasformano in esseri pericolosi, desolanti e la ridente frazione affacciata sul mare non è più “l’isola felice” ma una modernissima “rage room”, la stanza della rabbia, dove, come consigliano le moderne correnti, ci si può liberare dagli istinti primordiali dovuti all’oppressione.

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