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Quando il pluralismo incontra l’Aula: tra pseudonimi, libertà di espressione e “curiosità” istituzionale

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Accade talvolta che l’attenzione non si concentri sui contenuti, ma sulle firme. Che la curiosità — civile o istituzionale — si indirizzi non verso ciò che viene scritto, ma verso chi lo scrive. Succede quando il dibattito è vivo e quando le opinioni incidono: invece di confrontarsi con le argomentazioni, si tenta di risalire all’autore. È una dinamica che dice molto sul clima del confronto pubblico.

Negli ultimi giorni questa curiosità non si è fermata ai social o alle voci di piazza. È arrivata fino all’aula consiliare. Nel corso dell’ultimo Consiglio comunale, l’assessore Francesco Dimartino ha fatto esplicito riferimento a questa testata e ai suoi contenuti, richiamando apertamente lo pseudonimo “Ademar Prani” e giocando sull’anagramma del nome del consigliere Piero Mandarà.

Va precisato con chiarezza: Piero Mandarà è anima di questo giornale in quanto fondatore e storico sostenitore. Non neghiamo questa verità. Ma è altrettanto evidente che, in contesti istituzionali come un Consiglio comunale, non è opportuno mescolare il piano politico-istituzionale con quello editoriale. Il giornale mantiene la propria autonomia quando le porte del Comune si chiudono, e il merito delle argomentazioni non deve confondersi con la persona o con i contributi di chi firma (o potrebbe firmare, o anche no).

Qui di seguito riportiamo l’intervento dell’assessore, virgole comprese:

“La mia è una riflessione ad alta voce perché ho letto questi emendamenti (quelli presentati da Insieme per Santa Croce, ndr), anche con la mente aperta, per come consigliava il consigliere Mandarà, ma mi sento mortificato per chi ci segue da casa (in diretta streaming, ancora ndr), a vedere questi emendamenti che secondo me non hanno né testa né piedi, da uno che ha 40 anni di politica alle spalle. So che magari questa mia riflessione, domani (oggi, sempre nota del redattore), sarà modo di attacco su Santacroceweb, ma non me ne preoccupo perché ci sono abituato, già l’ultimo è uscito a firma di Ademar Prani, mi sembra, che mi citava sindaco per un giorno. Ma meglio per un giorno, che sindaco mai. L’altro giorno, giocando col telefono, ho voluto chiedere a ChatGPT l’anagramma di Ademar Prani, Chat mi ha risposto che è l’anagramma di Piero Mandarà. Ovviamente sarà una coincidenza, credo sicuramente che non si tratta di lei, nonostante lei sia – non so se posso dire – il proprietario di Scw, ma sono sicuro che non è lui perché non è un giornalista”.

Un giornale — soprattutto locale — ha una funzione precisa: garantire spazio alle voci, alle posizioni, alle critiche, anche quando risultano scomode. E su questo terreno non ci sono eccezioni né preclusioni. All’amministrazione e alle giunte che si sono succedute nel tempo non è mai mancato spazio per esprimersi su queste pagine. Repliche, chiarimenti, interventi e comunicazioni hanno sempre trovato accoglienza. Molto dipende, semmai, dallo zelo e dalla qualità di chi cura di volta in volta la comunicazione pubblica: una buona consulenza, in questi casi, è sempre un valore aggiunto.

Oggi la firma la metto io, Alessia Cataudella, giornalista e Direttore responsabile di Santacroceweb. Non per confermare o smentire identità, ricostruzioni o supposizioni su questo o quello pseudonimo. Ma per ribadire un principio: ciò che conta è il contenuto. Che si firmi con nome e cognome, con uno pseudonimo o con altra forma di contributo, la sostanza non cambia. Cambia solo la disponibilità di chi legge a misurarsi con il merito di ciò che è scritto.

La possibilità di scrivere sotto pseudonimo non è un abuso: è una facoltà riconosciuta nella pratica giornalistica e compatibile con l’ordinamento italiano (Legge n. 47 del 1948, artt. 1 e 2, e art. 21 della Costituzione italiana). La responsabilità legale dei contenuti pubblicati ricade sempre sul direttore responsabile, come stabilito dalla Legge sulla Stampa. Allo stesso modo, la normativa e il Codice Deontologico dei giornalisti tutelano la riservatezza delle fonti e dei collaboratori fiduciari. Non è una zona grigia: è un perimetro chiaro, costruito proprio per proteggere il pluralismo.

E se il fascino dello pseudonimo può oggi evocare un alone di mistero, gli appassionati della serie Netflix Bridgerton riconosceranno immediatamente la magia narrativa di firme leggendarie come quella della Lady Whistledown: anonima, ironica, tagliente, capace di muovere opinioni e scandali senza mai svelare la propria identità. Probabilmente è anche questo l’effetto dell’attualità: spinge a un piccolo agonismo della conoscenza degli pseudonimi, una curiosità che però non deve mai oscurare il valore del contenuto stesso.

Che si tratti di “Ademar Prani”, di un altro pseudonimo o di qualunque ulteriore contributo, il punto non cambia: il pluralismo deve essere garantito. L’attenzione dovrebbe restare sulle idee, sui fatti, sulle argomentazioni — non sulla caccia al nome.

Prendiamo atto di essere stati citati in sede istituzionale. Lo leggiamo come segnale di incidenza e di presenza nel dibattito pubblico. Ma riteniamo, con altrettanta serenità, che il contesto non fosse né congruo né necessario. Questa testata ha una sua storicità, uno stile riconoscibile, una linea editoriale autonoma. È — e resta — una voce di informazione che prova ad arrivare, a porre questioni, a stimolare confronto. Evidentemente, anche questa volta, è successo.

La verità — quando è tale — non ha bisogno dell’anagrafe per arrivare dove deve arrivare. L’informazione non chiede protezione: chiede spazio. E continuerà a prenderselo con responsabilità, coerenza e libertà.

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Scritto da
Alessia Cataudella

Direttore responsabile SCW

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