Staglianò e l’animo del patrono: “San Giuseppe ci ispiri come padre”

L'intervista al Vescovo di Noto: "La sofferenza ci dà il senso di una festa nuova"

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In occasione della festività di San Giuseppe, Patrono di Santa Croce Camerina, le celebrazioni liturgiche sono state rimodulate per sopperire all’impossibilità di poter svolgere i festeggiamenti tradizionali a causa delle restrizioni imposte. La Parrocchia “San Giovanni Battista”, mercoledì 17 marzo, ha ospitato Monsignor Antonio Staglianò, Vescovo di Noto, che oltre a celebrare la Santa Messa della sera, ci ha cortesemente rilasciato un suo interessante pensiero sulla figura del marito di Maria e padre di Gesù, San Giuseppe, nonché sul valore della cristianità oggi.

“La pandemia ci sta impedendo di vivere la festa nelle modalità fino ad ora tradizionalmente collaudate, dove l’afflusso del popolo viene considerato assembramento e viene impedito. L’afflusso del popolo segnalava il grande affetto, la grande devozione. Ci dispiace quando la gente non può accedere, come popolo, nella Chiesa. Però, nei disastri, anche più grandi, che l’umanità ha attraversato, c’è la “collateral beauty”, la bellezza collaterale. Laddove il negativo sembra impedirci di vivere come noi desideriamo, la resilienza umana sviluppa degli anticorpi. Questo fa riemergere sentimenti di fraternità, di amicizia, di collaborazione, di umanità. Ci sentiamo più uniti nel disastro e questo ci rende più disponibili a darci una mano reciprocamente. Però questa bellezza collaterale, che non possiamo non riconoscere, ha a che fare anche con la fede”.

Antonella Galuppi intervista monsignor Staglianò

“La sfida di una comunità cristiana come questa, che è devota a San Giuseppe, sta proprio in questo: sfidare le condizioni restrittive, causate dal coronavirus. L’impedimento dell’assembramento – dichiara Staglianò – non ci permette di organizzare la festa come abbiamo sempre fatto, ma ci chiede di organizzare all’esterno una festa nuova e può diventare un nuovo modo di festeggiare. La bellezza collaterale allora può diventare un’occasione, un tempo provvidenziale, di discernimento, come dice Papa Francesco, per cercare di capire come posso davvero far festa. In queste condizioni restrittive posso recuperare il senso della festa, la goliardia delle forme religiose della civiltà popolare che, specialmente nell’Italia del sud, appare perduta. Noi siamo molto più spesso festaioli che festivi, ma capiamo che la festa è innanzitutto la celebrazione eucaristica. La festa è dove c’è il Signore Gesù, la festa è dove c’è il pane spezzato ed il sangue sparso per amore. Dentro c’è, in circolo, l’amore. Questo circuitare l’amore assume sempre forme pratiche, concrete. Non è l’amore platonico in generale”.

“Ogni Santo ha la sua singolarità – prosegue ancora il vescovo di Noto -. Lo sposo di Maria e padre putativo di Gesù, patrono della Chiesa universale, è qualcosa di originale rispetto a tutti i grandi Santi. Qui bisogna trovare quali sono gli aspetti specifici della santità di San Giuseppe. Su questo si possono dire tante cose. Io vorrei mettere in luce il segno che straordinariamente oggi ha San Giuseppe per noi. Il segno è la sua paternità di padre putativo. Questo è importante perché oggi entriamo nella società dell’ipermercato, dove la secolarizzazione ha attraversato le coscienze, le intelligenze, i sentimenti, le emozioni. Abbiamo famiglie distrutte, famiglie che non si costituiscono, gente che non si sposa più o che se si sposa si vuole sposare a modo proprio. Poi c’è un orientamento a non procreare, a non essere genitori, cioè gente che genera la vita. Rischiamo di essere genitori, che procreano e danno la vita, ma di non essere padri. Qui abbiamo un santo, come San Giuseppe che è di grande rilievo per la sua santità e vuol dire qualcosa di estremamente importante per noi, oggi. Innanzitutto, sul fatto che dobbiamo generare. San Giuseppe non ha generato perché la sua vita è stata messa dentro ad un segno grande di Dio. Gesù non è suo figlio ma lui, che non era genitore di Gesù, fu davvero padre di Gesù”.

“Molte persone non sono genitori perché non possono procreare, però possono diventare padri. Potrebbero diventarlo attraverso l’adozione. Papa Francesco diceva che dobbiamo cercare di verificare il nostro cristianesimo, che è uno stile di vita, un modo di abitare il mondo. Possiamo essere cattolici e cattolici convenzionali, non cristiani. Cattolici perché facciamo la festa a San Giuseppe e non cristiani perché non seguiamo san Giuseppe come modello. Le qualità di San Giuseppe sono le qualità di tutti gli esseri umani. Tutti gli esseri umani, per essere tali, devono avere queste qualità. San Giuseppe era l’uomo vero, l’uomo nuovo, l’uomo realizzato, l’uomo compiuto, l’uomo perfetto. Se tu, nella tua umanità, non sei santo allora vuole dire che sei un uomo mancante, un uomo che ancora non ha fatto un cammino. Il santo non è altro che “uno” che è più che uomo. Finché io non seguo l’umanità di Gesù io non sarò santo”.

Si ringrazia Martina Belluardo per le foto gentilmente concesse

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