Luci spente, tavole sparecchiate e pance piene (almeno quelle dei figuranti). La festa di San Giuseppe è passata, lasciandoci addosso quel retrogusto di baccalà e polpette mista a perplessità. Un resoconto è d’obbligo, anche perché, tra un “viva Maria” e un “viva il Patriarca”, c’è chi ha fatto i conti senza l’oste e chi ha scambiato il palco per un reparto geriatria.
𝐏𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐔𝐧𝐞𝐬𝐜𝐨? 𝐍𝐨, 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐁𝐮𝐜𝐡𝐞
La prima nota di merito va all’Amministrazione per la conservazione architettonica del suolo urbano. Ripercorrere le vie del paese durante la festa è un’esperienza mistica: siamo fieri di verificare che nessuna buca si è mossa dal suo posto. Fedeli al principio del “non toccare ciò che il tempo consuma”, le nostre strade e le facciate delle case abbandonate restano lì, rugose e cadenti, fiere oppositrici di ogni forma di lifting o chirurgia urbana. Perché sistemare o “impillicciare” il bene comune? Sarebbe troppo moderno. Meglio apparire vecchi e trascurati: è un’estetica che ci accomuna tutti, o quasi.
𝐋’𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐦𝐚: 𝐚𝐝𝐝𝐢𝐨 𝐚 𝐩𝐨𝐦𝐨𝐝𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐟𝐢𝐨𝐫𝐢
Capitolo economia locale: l’attesissima esposizione ortoflorovivaistica di via Rinzivillo. Risultato? Non pervenuta. In passato, i fiori e gli ortaggi — pomodori, peperoni, melanzane e ogni ben di Dio — avevano fatto da padroni assoluti, trasformando la via in una vetrina orgogliosa del nostro sudore. Quest’anno, invece, il nulla. Chi sperava di ammirare i simboli della nostra agricoltura si è dovuto accontentare di un’installazione d’arte concettuale: pedane di legno vuote. Minimalismo puro. Forse i pomodori erano timidi o, più probabilmente, hanno preferito restare in serra piuttosto che farsi vedere in giro in questo stato di abbandono espositivo.
𝐈𝐥 “𝐓𝐢𝐩𝐢𝐭𝐢𝐩𝐢𝐭ì” 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢
E poi lei, l’eterna Orietta Berti. Sul palco, il Sindaco ha sfoggiato un ottimismo degno di un moltiplicatore di pani e pesci, dichiarando che il 70% delle spese è stato coperto da sponsor e Regione. Peccato che, calcolatrice alla mano (delibere 44, 49 alla mano), il miracolo economico non torni: su oltre 47.252 euro totali, la Regione e i privati hanno messo le briciole (circa 11.000 euro). Il resto, quasi 36.000 euro, è uscito dalle tasche dei cittadini.
Quanto all’esibizione, l’Orietta nazionale ha regalato una performance “statica”: sedia, leggio e un playback così evidente da far sembrare i dischi di vinile tecnologia aliena. Guardando l’Amministrazione e ascoltando il ritornello “Tipitipitì, dove vai? / Tipitipitì, cosa fai?”, la domanda sorge spontanea: come mai siamo ancora innamorati di questo modo di gestire la piazza? Il pubblico ha apprezzato il personaggio, ma per riscaldare i cuori ci voleva altro che una base registrata. Con un concerto così, d’altronde, l’esibizione poteva durare anche 12 ore: bastava non staccare la spina alla cassa.
𝐌𝐮𝐭𝐚𝐧𝐝𝐞, 𝐜𝐚𝐫𝐚𝐦𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐞 “𝐏𝐞𝐫 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐬𝐢”
Le bancarelle? Un trionfo di biancheria intima e caramelle gommose. Un mercatino dell’usato travestito da fiera patronale. “Accussì va ’mparati a rimpiagere u passatu”, verrebbe da dire citando Sal Da Vinci. Se il futuro commerciale del paese è questo, allora “Per sempre sì”… alla rassegnazione.
𝐈𝐥 𝐌𝐢𝐫𝐚𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚𝐫𝐜𝐚: 𝐥’𝐔𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨
Ma il vero colpo di teatro è arrivato dalle Cene. Avevamo previsto nel nostro editoriale del 20 febbraio che il Laboratorio Politico Camarinense avrebbe sfornato il suo “Candidato Messia” proprio intorno al 15 marzo. Ed ecco che, come per incanto, un ex sindaco appare nelle vesti del Patriarca in una Cena.
Coincidenza? Grazia ricevuta? O una prova generale per il ritorno sul trono?
Il simbolismo calza a pennello: il Patriarca è il custode della famiglia, colui che accoglie il viandante (o l’elettore smarrito) e benedice i frutti della terra. Vedere l’ex primo cittadino seduto a capotavola, tra umiltà e saggezza ancestrale, fa pensare che il “Candidato Messia” sia già pronto a sfidare il patriarcato vigente. D’altronde, chi meglio di un Patriarca può promettere la moltiplicazione dei voti e dei consensi?
𝐂𝐨𝐧𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞
Tra passerelle politiche, playback e pedane vuote, la festa si chiude con il solito bilancio in rosso per i cittadini. Come dice la saggezza popolare:
“𝑺𝒊 𝒇𝒊𝒄𝒊 𝒂 𝒇𝒆𝒔𝒕𝒂, 𝒔𝒊 𝒎𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂𝒖 𝒖 𝒑𝒂𝒏𝒖, 𝒆 𝒖 𝑺𝒂𝒏𝒕𝒖 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒔𝒕𝒂𝒖 𝒄𝒄𝒖 𝒖 𝒃𝒂𝒔𝒕𝒖𝒏𝒊 ‘𝒎𝒎𝒂𝒏𝒖”.
(Si è fatta la festa, si è mangiato il pane, e il Santo è rimasto con il bastone in mano).
𝐍𝐨𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞
𝘘𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘳𝘶𝘣𝘳𝘪𝘤𝘢 𝘶𝘵𝘪𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢 𝘭𝘢 𝘴𝘢𝘵𝘪𝘳𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘤𝘳𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘦 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦. 𝘗𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘨𝘨𝘪 𝘦 𝘴𝘪𝘵𝘶𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘳𝘢𝘱𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘷𝐞 𝘪𝘳𝘰𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘪𝘤𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢𝘭𝘦, 𝘳𝘪𝘧𝘭𝘦𝘵𝘵𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘦 𝘷𝘰𝘤𝘪 𝘥𝘪 𝘱𝘪𝘢𝘻𝘻𝘢, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘵𝘦𝘴𝘢 𝘥𝘪 𝘤𝘳𝘰𝘯𝘢𝘤𝘢 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘶𝘢𝘭𝘦.