Passata la Pasqua, a Santa Croce Camerina le tavole si sono sgonfiate, ma le pance della politica restano gonfie di livore e carboidrati. Tra un rutto di dignità e l’ultima crosta di mpanata sullo stomaco, i nostri amministratori sono tornati al lavoro. O meglio, sono tornati al gioco delle sedie musicali: peccato che la musica la senta solo il Sindaco e le sedie traballino pericolosamente.
𝐋𝐨 𝐬𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚𝐛𝐚𝐫𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐥’𝐚𝐦𝐧𝐞𝐬𝐢𝐚 𝐬𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚
Partiamo dal “Caposaldo”, il nostro Primo Cittadino. Pare che il Sindaco soffra di una rara forma di allergia clinica: non al polline, ma alla satira. Per lui, il confronto non è democrazia, è un fastidio gastrico. Il suo vero talento? L’arte dello scaricabarile. Quando i nodi vengono al pettine, la colpa è sempre di “quelli di prima”. Lui non sbaglia mai; al massimo siamo noi che non capiamo la sua grandezza.
Prendiamo il ritornello sulle fatture elettriche 2018-2020. Il Sindaco Dimartino recita la parte dell’osservatore distaccato, il “nuovo arrivato” che pulisce i cocci altrui. Peccato che in quegli anni il suo movimento non fosse su Marte, ma comodamente seduto in Consiglio, con tanto di adesione ufficiale a Diventerà Bellissima. Insomma, c’erano, vedevano e votavano. Tentare oggi un “restyling della verginità” è un’acrobazia ridicola. Inutile blindarsi nel bunker dell’autoreferenzialità: i verbali cantano. Se oggi piangete per i debiti del passato, ricordatevi che in quel passato eravate a tavola anche voi. Come si dice dalle nostre parti? “Cui la fa, l’aspetta”. Chi ha guardato la brocca rompersi senza muovere un dito, oggi non può stupirsi se ha i piedi bagnati.
𝐈𝐥 𝐕𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐨𝐧𝐞: 𝐂𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨𝐧𝐢
In questo scenario spunta il post dell’assessore Stefania Barone, improvvisamente folgorata sulla via della coerenza. Con un colpo di penna degno di un trattato di etica, punta il dito contro chi “tiene un piede dentro e uno fuori”. Parla di coraggio e di scelte. Cara Assessore, il discorso sarebbe nobile, se non fosse che il profumo di trasformismo a Santa Croce copre pure quello dell’aglio soffritto. La Barone bacchetta il Presidente del Consiglio, Luca Agnello, colpevole di aver salutato la compagnia perché stanco di fare l’arredo urbano mentre il suo pupillo Portelli restava senza poltrona.
Ma la memoria, in politica, è sottile come una sfoglia troppo tirata. Dov’era questo sacro fuoco della coerenza quando due consiglieri dell’opposizione traslocarono armi e bagagli nella vostra maggioranza? Allora non volarono critiche, ma solo sorrisi compiaciuti. Avete sdoganato voi il salto della quaglia col vostro silenzio assenso; non lamentatevi se ora qualcuno ha imparato a saltare meglio di voi e ha deciso di atterrare fuori dal vostro giardino.
𝐋’𝐚𝐬𝐢𝐧𝐨 𝐞 𝐥𝐞 𝐜𝐚𝐫𝐫𝐮𝐛𝐞: 𝐮𝐧 𝐛𝐢𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐨 𝐚𝐦𝐚𝐫𝐨
Con l’addio di Agnello, la corazzata del Sindaco imbarca acqua. Politicamente è una disfatta: una maggioranza ridotta ai minimi termini che perde i pezzi da novanta. Siamo al paradosso: “U sceccu i porta e u sceccu s’i mangia”. Questa amministrazione suda sette camicie per produrre tonnellate di carta che serve solo per rimpasti-fantasma. Si sono chiusi in un isolamento monastico, terrorizzati dal dialogo, con qualche “frate sabotatore” interno che tira il freno a mano su ogni trattativa. Le mpanate sono finite, Sindaco. Benvenuta Quaresima della realtà: il digiuno di alleanze è appena iniziato.
𝐈𝐥 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐒𝐨𝐠𝐧𝐢 (𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐈𝐧𝐜𝐮𝐛𝐢)
Ma se a Palazzo di Città si piange, nel cosiddetto Laboratorio Politico Camarinense non è che si rida poi tanto. Lì siamo ancora in alto mare — e non quello di Punta Secca, ma un oceano di incertezze dove il programma elettorale è l’oggetto misterioso del decennio. Al momento, il progetto politico somiglia a un foglio bianco dove qualcuno ha scarabocchiato con l’evidenziatore fluo parole a caso come “decoro”, “sicurezza” e “democrazia”, giusto per darsi un tono. Sono le solite letterine a Babbo Natale, ma senza il francobollo e, soprattutto, senza un destinatario certo.
Il “campo largo” alternativo a CambiaVerso è un cantiere che non apre mai: ci sono le transenne, c’è il cartello dei lavori, ma mancano gli operai, i materiali e pure la planimetria. Il tempo passa, la sabbia nella clessidra scende, ma di un tavolo comune in cui far partire la macchina elettorale non c’è traccia. Forse aspettano che il programma si scriva da solo per ispirazione divina, o magari sperano che l’intelligenza artificiale faccia il lavoro sporco al posto loro.
In questo clima di stasi mistica, ecco levarsi l’appello accorato al Partito Democratico. Il messaggio è quasi una preghiera: “Cari Dem, basta sfogliare la margherita!”. Il PD locale viene descritto come un amletico viandante in crisi d’identità: un po’ di qua, un po’ di là, in una posizione così ondivaga che rischia il mal di mare. Il Laboratorio chiede uno “scatto d’orgoglio”, implorando i piddini di uscire dal guscio e schierarsi apertamente con il loro Mister X (che poi, a furia di chiamarlo così, pare più l’Uomo Tigre che un candidato sindaco).
L’obiettivo dichiarato? Evitare la solita “cinica ammucchiata” di chi cerca solo poltrone e prebende. Il Laboratorio sogna una coalizione che metta insieme di tutto — dal centrosinistra a Forza Italia, passando per la Democrazia Cristiana — in un fritto misto che dovrebbe essere “innovativo”, ma che a vederlo bene sembra un raduno nostalgico della Prima Repubblica con un tocco di glamour.
Riuscirà il PD a scegliere tra il “coraggio” e il solito, rassicurante trasformismo da bar? O continuerà a inseguire coalizioni “ciniche” (altro che civiche!) mentre il programma resta chiuso nel cassetto delle buone intenzioni?
Il vero dilemma per i Dem locali è servito: decideranno di correre orgogliosamente da soli, come già fatto in passato — finendo magari a contare i granelli di sabbia in uno splendido isolamento — o si metteranno finalmente a disposizione di un progetto comune? Il Laboratorio li evoca, ma il PD sembra ancora fermo al casello, indeciso se imboccare la strada della coalizione o quella, già battuta e un po’ solitaria, del “facciamo tutto noi”.
Lo scopriremo nelle prossime puntate, sperando che il PD non scelga ancora una volta la via dell’eremita. Perché a Santa Croce lo sanno pure le pietre: “Cu’ sula si mrita, sula si chianci”. Se decideranno di ballare da soli anche stavolta, che non si lamentino poi se la musica finirà troppo presto. Per ora, a Santa Croce, l’unica cosa certa è che la fame di potere è l’unica che non passa mai, nemmeno dopo Pasqua.