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Da un lato la disperazione di chi arriva, dall’altra l’incapacità – conclamata – dei governi di affrontare l’emergenza. In mezzo morti e soccorritori. Il Canale di Sicilia è un flagello. Non si contano più i barconi, le vite spezzate e le parole buttate al vento. L’ultima tragedia, la più enorme vista le proporzioni, si è consumata il 19 aprile scorso: 900 dispersi in mare, appena 28 superstiti. Ma è una storia che va avanti tutto l’anno e tutti gli anni. “Presto soccorso in mare dal 2011, cerchiamo di salvaguardare le vite umane – ci ha confidato un militare siciliano della Guardia Costiera, che preferisce rimanere anonimo -. Ormai ci ho fatto il callo a vedere i morti in acqua, non mi impressiona più nulla. E questa storia andrà avanti per molto, allo stato italiano fa comodo. E’ un giro di soldi senza precedenti”. A piangere le vite umane sono rimasti solo i parenti delle vittime. Quelli che, dopo aver attraversato mezzo continente nero, arrivano in Libia e salgono sui barconi nella speranza di un nuovo approdo: “Questa gente, in preda alla disperazione, si affida alle organizzazione criminali e paga fino a 1000 euro per affrontare il viaggio della speranza. Arrivano da Gambia, Bangladesh, Eritrea, Somalia. In un’imbarcazione di 12 metri sono stipate fino a 450 persone, di cui almeno 40 bambini. Gli scafisti, dopo essersi allontanati 18-20 miglia dalla coste libiche, si mettono in contatto con il comando generale della Capitaneria di Porto e lanciano l’allarme. A quel punto entriamo in azione”. La motovedetta della Guardia Costiera si avvicina al punto prestabilito e comincia le operazioni di salvataggio: “Io sono uno dei primi a entrare in contatto con i migranti – ci spiega il nostro interlocutore -. Mi tuffo in mare, mi avvicino al peschereccio e cerco di capire la situazione. Una volta trovammo a bordo 700 persone, un numero spaventoso. Cominciamo a salvare donne e bambini, ma va anche garantito l’equilibrio a bordo dell’imbarcazione per evitare che si rovesci. Nel frattempo partono le indagini di polizia giudiziaria per individuare i responsabili”.

Lo ripete con una naturalezza disarmante, è evidente che ci ha fatto il callo: “Il mio compito è tuffarmi in mare e salvare delle vite umane. Faccio soltanto il mio lavoro, non mi piace essere chiamato ‘eroe’, anche se per questa attività mi sono stati riconosciuti una medaglia e vari encomi”. Sulle carrette del mare si avverte la disperazione, quella voglia cieca di aggrapparsi all’ultima spiaggia, di fuggire dal pericolo. Alcune storie commuovono, altre impressionano: “Una volta una donna siriana, piena di gioielli, mi offrì 1000 euro per dormire in cabina. Le chiesi: ‘Come fai ad avere tutti questi soldi’. Lei mi rispose: ‘Mio marito, kalashnikov’. Faceva il trafficante d’armi”. Frequentare il Canale di Sicilia in modo così assiduo (“Quest’anno siamo rimasti in mare da per un mese e mezzo”) ti fa conoscere la morte da vicino: “Ho recuperato dei cadaveri in avanzato stato di decomposizione. E una volta, durante il salvataggio di 39 persone, ne recuperammo uno senza vita”. Anche il lavoro della Guardia Costiera, infarcito di “palle” e coraggio, gratificante fin che si vuole, ha mille aspetti negativi: “Non ci sentiamo tutelati né dallo Stato né dall’Europa. Tutti i giorni corriamo dei rischi. E adesso c’è anche il pericolo che sulle carrette del mare salgano gli esponenti dell’ISIS e ci facciano fuori tutti quanti”. Eppure… Che vita è quella di un militare? “Una vita normale, faccio solo il mio lavoro, è quello che ho sempre voluto”.

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