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Cui prodest? ovvero: “A chi giova?”. E’ una famosa citazione del filosofo ed avvocato Cicerone, ma è la stessa domanda che si erano posti i consiglieri comunali di opposizione e in particolare quelli della lista “Noi ci crediamo” dell’allora candidato a sindaco Giovanni Barone. L’ex caserma della guardia di finanza di Punta Secca è stata una vicenda proficua di malcontenti: vuoi per le critiche da parte dei cittadini che evidenziavano la mancanza di soldi per sostenere le famiglie (dal trasporto alunni alla mensa scolastica), vuoi per gli accordi trasversali che si stanno perpetrando in vista delle prossime elezioni, senza che i cittadini abbiano avuto la dovuta chiarezza. Tutto ha inizio nei primi mesi del 2014, quando il sindaco Franca Iurato, rispettando il programma della sua lista, vuole abbattere l’edificio dell’ex caserma della guardia di finanza di via fratelli Bandiera di Punta Secca, sito di quasi 1000 metri quadrati di proprietà demaniale, la cui parte centrale tra l’altro risale ai primi dell’800, dunque in età Borbonica, ed è catalogato tra le zone di interesse culturale, e quindi sotto la tutela della Soprintendenza. I documenti ufficiali e pubblici dimostrano però delle anomalie in tutto l’iter che ha portato alla demolizione prima e al progetto poi.

In primavera il Comune, su perizia propria, intima il Demanio, proprietario dell’immobile, di demolire l’edificio perché, sempre secondo il Comune, vige in uno stato di abbandono e di rischio imminente di crollo. La pratica subisce un’accelerazione tra le chiacchiere di piazza e i servizi delle Iene che parlano di un interesse diretto di politici che possiedono immobili proprio di fronte la ex caserma, che sicuramente aumenterebbero di valore col panorama libero. Intanto il sindaco tira dritto e dà al Demanio venti giorni di tempo per abbattere l’immobile. L’opposizione non ci vede chiaro e lamenta il fatto che nessun ente competente – come Capitaneria di Porto, Genio Civile, Vigili del Fuoco, Protezione Civile e Soprintendenza dei Beni Culturali di Ragusa – certifica che debba essere abbattuto l’immobile, ma solo transennato. Il Comune nel frattempo chiede alla Soprintendenza se ci siano vincoli per poterlo abbattere; questa risponde che dovrà fare dei rilievi per poterlo attestare e chiede un po’ di tempo per le opportune verifiche con le normali procedure; il Comune allora risponde che nel 2009, con l’allora sindaco Schembari e con indirizzi ben diversi dalla pubblica utilità, la Soprintendenza aveva dato già un parere, e basandosi su quest’ultimo continua le pratiche di demolizione. Nonostante l’invito della Soprintendenza a rimandare. L’Amministrazione non demorde e demolisce la caserma, alla presenza di alcuni politici regionali vicini al sindaco, partendo proprio dalla parte storica; e qui ci sta un altro punto oscuro, non essendoci agli atti alcuna ordinanza di demolizione del sindaco.

Arriva la Capitaneria di Porto che blocca temporaneamente i lavori di demolizione e denuncia il Dirigente dell’Ufficio Tecnico. Alla prima conferenza dei servizi convocata dal sindaco Iurato sul progetto belvedere, visti gli atti, la Capitaneria non partecipa, e neanche la Soprintendenza che su indirizzo della Regione, proprietaria dello immobile, inoltra denuncia al nucleo tutela del territorio dei Carabinieri. Dagli esiti comunque negativi, l’amministrazione propone ed il Consiglio comunale approva a maggioranza un mutuo di un milione di euro per la realizzazione del belvedere, dicendo che il bene era stato acquisito dal Comune. Tra qualche giorno inizieranno i lavori ed entro sei mesi dovremmo avere un belvedere con le potenzialità per incrementare il turismo, impreziosendo il centro storico di Punta Secca, magari accantonando le polemiche per la mancanza di risorse economiche che non garantiscono più i servizi essenziali alle famiglie, ai diversamente abili, o a coloro che non hanno casa. Cui prodest? Alla fine alla collettività.

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