Se la politica siciliana fosse un’arancina, l’ultimo sondaggio Keix l’avrebbe appena ribaltata sul piatto, rompendone la crosta dorata per mostrare tutto il caos che c’è dentro. I dati emersi sono roba da far saltare i pacemaker ai burocrati di Palazzo d’Orleans: Ismaele La Vardera non solo trascina il suo movimento “Controcorrente” a un clamoroso 22-24% come primo partito nell’Isola, ma svetta ufficialmente al primo posto nella classifica dei Presidenti che i siciliani vorrebbero (23-25%). Un ex inviato delle Iene che punta alla poltrona più alta della Regione con la stessa disinvoltura con cui un tempo inseguiva i furbetti del cartellino.
Dietro di lui, la scomposizione molecolare delle coalizioni tradizionali rasenta il capolavoro comico. Mentre dal centro dell’Isola si leva il rumore di anfibi di “Futuro Nazionale” — con il Generale Roberto Vannacci che ha blindato 5.000 tessere e commissariato i finti colonnelli estivi decretando Rosolini (650 tessere record) capitale morale del buonsenso — i partiti storici offrono uno spettacolo degno del loggione del Teatro Massimo.
Per capire l’entità del disastro, basta scorrere la spietata “Top 9” dei candidati alla Presidenza emersa dalla rilevazione Keix, che si trasforma nel perfetto bollettino delle nevrosi isolane.
Le Pagelle del Terremoto Keix
- 1° Posto: Ismaele La Vardera (Controcorrente) – Voto: 9 (sulla fiducia)
Ha applicato alla politica lo stile del giornalismo d’assalto: zero peli sulla lingua e sguardi fissi in camera. Un elettore su quattro ha deciso che, se dobbiamo affondare, tanto vale farlo con qualcuno che sappia fare un montaggio video accattivante. Vola in testa lasciando gli avversari a terra a chiedersi dove abbiano sbagliato. - 2° Posto: Cateno De Luca (Sud chiama Nord) – Voto: 7.5 (di incoraggiamento)
Medaglia d’argento per lo “Scatenato” d’Isola, che si piazza subito dietro il leader e si conferma una mina vagante. Ha preso la rincorsa ed è entrato nella corsa alla Presidenza con la delicatezza di un bulldozer in un negozio di cristalli di Caltagirone, pronto a cannibalizzare qualunque rimasuglio di voto autonomista. - 3° Posto: Renato Schifani (Forza Italia) – Voto: 5 (di stima istituzionale)
L’uscente finisce sul gradino più basso del podio. Bloccato nella trincea di Palazzo d’Orleans, deve difendersi non solo dagli attacchi frontali di La Vardera, ma anche dai “fuochi amici” del suo stesso partito, che nei sondaggi di lista si ferma a un risicato 14-16%. L’aria si fa rarefatta. - 4° e 5° Posto: Nuccio Di Paola e Giuseppe Antoci (Movimento 5 Stelle) – Voto: 5.5 (in comproprietà)
Il M5S si sdoppia e si blocca a metà classifica. Di Paola tiene la posizione con il 13-15% del partito, mentre Antoci condivide il quinto posto con il civico Alfio Mannino. Entrambi galleggiano in una terra di mezzo, distanti anni luce dai fasti del passato quando i Cinque Stelle conquistavano l’Isola a colpi di click. - 5° Posto: Alfio Mannino (Civico) – Voto: 6 (per il coraggio)
Rappresenta la quota “società civile” che resiste a metà tabellone. Un quinto posto che profuma di resistenza eroica in mezzo a un mare di squali della preferenza. - 7° Posto: Giorgio Mulè (Forza Italia) – Voto: 5.5 (in agguato)
Staccato dal rivale interno Schifani, Mulè osserva la situazione dalle retrovie romane dispensando sorrisi e calcolando i tempi esatti per un’eventuale OPA ostile sulla leadership regionale, qualora la coalizione dovesse collassare del tutto. - 8° Posto: Antonello Cracolici (Partito Democratico) – Voto: 4 (di smarrimento)
Il PD sprofonda all’ottavo posto nei gradimenti presidenziali, specchio di un partito che nelle liste non va oltre l’8-10%. Davanti al fenomeno La Vardera, lo stato maggiore progressista è bloccato nel dilemma: accodarsi al treno in corsa o cercare un fantomatico “Candidato Diverso” nei corridoi della burocrazia? Il rischio è che a forza di riflettere si facciano superare anche dal 39% di astensionisti. - 9° Posto: Gaetano Galvagno (Fratelli d’Italia) – Voto: 4.5 (di posizione)
Fanalino di coda della Top 9. Nonostante il brand nazionale di Giorgia Meloni, FdI in Sicilia si ferma a un misero 9-11% nelle liste e il Presidente dell’Ars chiude la classifica. Un dato clamoroso per la destra storica, schiacciata tra il calo di appeal e la minaccia silenziosa dei vannacciani pronti a correre da soli per superare lo sbarramento del 5%.
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La Sfida all’Ultimo Decibel: La Vardera vs Cateno De Luca
Siamo davanti alla finale di Champions League del populismo d’assalto. Al primo e secondo posto del gradimento presidenziale si incrociano due titani della telecamera: da una parte l’ex iena La Vardera, che gioca sulla freschezza del brand “Controcorrente”, e dall’altra Cateno De Luca, lo storico re delle dirette social e delle piazze infuocate. È una sfida fratricida per l’egemonia del voto di protesta. Se La Vardera punta sulla narrazione del “nuovo terremoto”, De Luca risponde rivendicando l’usato sicuro dell’autonomismo ruggente. Chi urlerà più forte conquisterà le chiavi di Palazzo d’Orleans, mentre i moderati assistono al match con i tappi per le orecchie.
Travaso di Sangue Sovranista: Il crollo dell’asse Meloni-Salvini
La vera emorragia del sondaggio avviene però sotto il tappeto del centro-destra tradizionale. Il crollo combinato di Fratelli d’Italia (9-11%) e della Lega (3-4%, scivolata all’ottavo posto della classifica dei partiti) non è un incidente di percorso, ma un preciso travaso biologico a vantaggio di Vannacci. Il Generale sta cannibalizzando i delusi della destra identitaria e i leghisti rimasti orfani del “Capitano” nazionale. I 5.000 tesserati di Futuro Nazionale in Sicilia sono, in pratica, i vecchi elettori del centro-destra che hanno deciso di disertare i palazzi romani per arruolarsi nella legione di Rosolini, pronti a superare lo sbarramento del 5% e a lasciare la coalizione ufficiale a fare i conti con le proprie macerie correntizie.
In questo scenario di totale anarchia, la sfida per la Sicilia si trasforma nel paradosso perfetto: da una parte chi vuole andare Controcorrente con la pettorina delle Iene, dall’altra chi studia i manuali di marcia militare da Enna, in mezzo una coalizione di governo che si processa da sola e un’opposizione che non ha ancora capito dove sia posizionata la cabina elettorale.
Mentre i palazzi tremano e i leader storici si affannano a ricucire alleanze dell’ultimo minuto per salvare il salvabile, dal quartier generale di Enna sembra levarsi un monito silenzioso ma perentorio, destinato a rimbombare fino a Roma: «Prima di spartirvi le cariche nei Palazzi, ricordatevi che il Generale non ha ancora dato il rompete le righe!» Eppure, la saggezza popolare isolana sembra aver già ridimensionato l’intera vicenda con il suo proverbiale realismo. Dopotutto, in Sicilia lo sappiamo da sempre: “U scrusciu è assai, ma la SURRA è nenti” (Il rumore è tanto, ma la sostanza è zero). Resta solo da capire se la tempesta sollevata da Keix lascerà sul campo una rivoluzione reale o se, passato il voto, l’Isola tornerà a guardare la scena dal balcone, immutabile e beffarda come sempre.
