
Con appena sette vigili a presidiare il territorio, la Festa di Santa Rosalia si trasforma nello scenario di un film di Sergio Leone. L’appello ai giovani “Telemaco” e all’Amministrazione per riprendere in mano il timone prima del triello finale.
Il paradiso perduto: dalla quiete agraria alla “demografia acrobatica”
C’era una volta un paese dove l’evento dell’anno era il gatto sul cornicione. Proprio come nelle prime inquadrature di C’era una volta il West, dove il tempo sembrava sospeso e l’unica colonna sonora era il cigolio di una pala eolica, Santa Croce Camerina era un borgo così tranquillo che i residenti, la sera, si sedevano in piazza a guardare l’erba che cresceva o a calcolare il tasso di umidità della terra nei campi. Si viveva di agricoltura, serenità, e di quel sano, antichissimo sport locale che consiste nel guardare chi passa e commentare il modello di scarpe e di abito, soprattutto di quelli femminili alla domenica mattina. La Piazza non era solo un luogo fisico: era un tempio sacro del “dolce far niente”.
Poi, d’un tratto, l’incantesimo si è rotto e quel vecchio mondo rurale ha dovuto fare i conti con l’arrivo della modernità più selvaggia. La quiete è stata sostituita da un fenomeno di “demografia acrobatica”. Mentre i giovani santacrocesi, colti da un’improvvisa epifania, hanno capito che il loro futuro non poteva basarsi solo sulla raccolta dei pomodori e sulle discussioni da bar, hanno fatto le valigie per cercare fortuna altrove. Nel frattempo, il vuoto urbano è stato prontamente colmato. E così, passo dopo passo, la nostra storica piazza ha cambiato gestione, trasformandosi da oasi di pace a polverosa terra di frontiera.
La conferma definitiva di questa transizione geopolitica l’abbiamo avuta durante la Festa di Santa Rosalia. Un tempo, durante le celebrazioni, il massimo del pericolo era rappresentato da un pezzetto di torrone troppo duro. Quest’anno, invece, la festa patronale è sembrata il set di un western urbano in salsa moderna, una via di mezzo tra un film di Fast & Furious e le scorribande dei fuorilegge di Sergio Leone. Per le vie del centro, è andato in scena lo show della “Nuova Generazione del Manubrio”. Giovani piloti d’assalto a bordo di motorini che sfrecciavano contromano con l’arroganza di chi cavalca nella main street senza curarsi dello sceriffo. Auto guidate da novelli piloti che sfilavano tra la folla, convinti probabilmente che i pedoni fossero birilli e che la processione fosse un comitato di benvenuto per la loro carrozzeria. Il santacrocese di lunga data, insieme alle tante famiglie — italiane e straniere — che vivono la piazza nel rispetto delle regole, è rimasto a guardare la scena incredulo e preoccupato, come i cittadini onesti che si rintanano nei saloon quando arrivano i banditi.
Oltre la festa: l’iceberg del bullismo e la resa delle istituzioni
Quello che si è visto domenica, purtroppo, è solo la punta dell’iceberg. Non si tratta di un caso isolato, ma di uno dei tanti, troppi episodi di bullismo, menefreghismo e qualunquismo messi in atto da quei gruppi di giovani che, forti dell’assenza di controlli, si comportano come se avessero preso possesso del territorio e come se le regole della comunità non li riguardassero. Nel film di Leone, la ferrovia avanzava travolgendo tutto ciò che incontrava; a Santa Croce, a travolgere la nostra storia è un’arroganza quotidiana che si manifesta nel disprezzo delle regole più basilari della convivenza. È un fenomeno che va fermato adesso, prima che diventi la normalità irreversibile delle nostre giornate.
Di fronte a questo scenario, la domanda sorge spontanea: dobbiamo rassegnarci a essere spettatori passivi del tramonto del paese? La risposta non può essere un’alzata di spalle. Come dice un antico e saggio proverbio siciliano: “U puddicinu ’mparato la gallina fa fissa” (il pulcino istruito fa fessa la gallina). A forza di tollerare, girarci dall’altra parte e lasciare che gruppi di giovani — italiani o stranieri, senza alcuna distinzione — crescano nella convinzione di poter dettare le proprie regole nell’anarchia stradale più totale, ci ritroveremo “fessi” in casa nostra, beffati da chi ha capito prima di noi quanto l’assenza di controlli lasci spazio alla prepotenza.
Un quadro desolante che deve dare una scossa immediata soprattutto al Palazzo Municipale. L’Amministrazione comunale non può continuare a governare con la diplomazia delle preghiere e dei post di auguri su Facebook. Anche il sindaco si è posto questo problema affermando sui social: “Che Santa Rosalia protegga il nostro paese, le nostre famiglie e soprattutto i nostri giovani…”. Un auspicio bellissimo, che però oggi suona quasi come un bollettino di guerra preventiva. Della serie: “Santa Rosalia, pensaci tu, perché con appena sette vigili urbani rimasti a presidiare l’intero territorio comunale, il miracolo della sicurezza non possiamo chiederlo solo a loro”. La colpa, infatti, non è certo di quei pochissimi agenti rimasti in trincea a corto di munizioni, ma di una carenza strutturale che lascia le nostre strade sguarnite.
E a proposito di strade sguarnite, persino il parroco di Santa Croce, durante le celebrazioni, si è lasciato andare a una riflessione tanto amara quanto ironicamente realistica, lanciando un appello ai fedeli: “State vicini alla chiesa”. Il motivo? Molto semplice ed squisitamente strategico: visto che il sindaco, in occasione della festa di Santa Rosalia, ha fatto miracolosamente asfaltare proprio le vie dove passa la Santa, l’invito del parroco è di stringersi attorno alla parrocchia nella speranza che, per proprietà transitiva ed esigenze di processione, in futuro vengano asfaltate anche le altre strade del paese. Della serie: a Santa Croce l’asfalto non è un diritto del cittadino, ma una grazia ricevuta per intercessione divina (o elettorale).
C’è invece un disperato bisogno di una svolta dall’alto: servono investimenti sul personale, controlli straordinari e una programmazione politica che rimetta la legalità e la sicurezza al centro dell’agenda.
L’appello ai giovani Telemaco: riprendiamo in mano il timone
Ma oltre alle buche sulle strade, c’è una voragine ben più profonda che rischia di inghiottirci. Se le istituzioni continuano a tollerare che interi gruppi prendano possesso del centro ignorando le regole civiche più elementari, il problema della convivenza e dell’integrazione ci presenterà il conto molto presto. Non è una questione di intolleranza né di provenienza geografica, ma della capacità di una comunità di integrare chi arriva senza rinunciare alle proprie regole, alla propria memoria e alla propria identità.
Tra dieci anni potremmo ritrovarci con una classe dirigente profondamente diversa da quella di oggi, magari anche con un sindaco di origine straniera: cosa che, di per sé, non avrebbe nulla di negativo. La vera domanda è un’altra: saremo riusciti nel frattempo a costruire una comunità realmente integrata, nella quale chi arriva faccia propria anche la storia del territorio e chi è nato qui non scelga l’abbandono e il disimpegno?
Il paese potrebbe conoscere una profonda trasformazione identitaria e religiosa. Accanto alle storiche e tradizionali feste di San Giuseppe e di Santa Rosalia potrebbero acquistare sempre maggiore visibilità anche ricorrenze appartenenti alle comunità che oggi vivono il territorio, come l’ʿĪd al-aḍḥā (la Festa del Sacrificio, chiamata anche Id al-kabir) e l’Id al-Fitr (la festa di fine Ramadan). E non ci sarebbe nulla di sbagliato nella convivenza di tradizioni diverse. La sfida, semmai, è evitare che l’integrazione diventi sostituzione o reciproca indifferenza: custodire le nostre storiche processioni e la memoria cattolica del paese, aprendole al confronto con culture e religioni differenti, anziché lasciare che una tradizione cancelli l’altra.
È il momento di guardare a questa crisi con gli occhi del mito, riscoprendo due figure che oggi parlano direttamente alla nostra comunità: Ulisse e suo figlio Telemaco. Per anni, i santacrocesi più maturi hanno fatto come Ulisse: hanno sopportato l’onda d’urto, sono rimasti fermi a presidiare le proprie radici. Ma la pura resistenza non basta più, se poi la nostra piazza si trasforma in una terra di nessuno. Oggi serve la spinta di Telemaco, il giovane che decide di non subire più l’occupazione della propria casa, ma si ribella, alza la testa e si muove per “prendersi Itaca”.
Ragazzi, è l’ora di salire sulla barca del cambiamento. La nostra Santa Croce, con la sua costa e il suo mare a due passi, ha sempre saputo navigare le acque difficili, ma una barca non va da nessuna parte se chi conosce la sua storia scende a terra, rinuncia a partecipare e lascia il timone a chiunque sia disposto a prenderlo. Chi ha più esperienza è pronto a restare a bordo per darvi una mano, ma dovete essere voi giovani a prendere il controllo della rotta. Non permettiamo che i titoli di coda scorrano sulla nostra identità. Cittadini, amministratori, e soprattutto giovani Telemaco di Santa Croce Camerina: la terra è la vostra, la piazza è la vostra. Tornate a difenderla e a governarla prima del duello finale. Andiamo!
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