Prendiamo atto con vivo interesse della riflessione affidata ai social dall’assessore (e avvocato) Roberta Iacono. Quando un esponente delle istituzioni decide di rispondere a un editoriale, significa che il giornalismo ha fatto il suo mestiere: ha sollevato un dibattito. Tuttavia, la tesi difensiva sollevata dall’assessore – secondo cui i suoi profili sarebbero uno “spazio strettamente personale” e le ricondivisioni di lidi commerciali un semplice “atto di cortesia ed educazione digitale” – merita una contro-riflessione. Non per alimentare la “satira da cortile” (formula sempre di moda quando la critica pizzica un po’), ma per fare chiarezza su cosa sia la comunicazione pubblica nell’era di Instagram.
Il profilo di Schrödinger: un po’ privato, un po’ assessorato
Il primo cortocircuito logico risiede nella pretesa di scindere nettamente la figura pubblica da quella privata su canali che portano il nome e cognome di un amministratore con cinque deleghe pesanti. Un assessore non è un supereroe della Marvel che smette il costume e torna a essere un comune cittadino invisibile. Quando si ricopre un ruolo istituzionale di primo piano, la propria visibilità social è intrinsecamente legata alla carica che si riveste.
Sostenere che confondere il piano privato con la linea comunicativa dell’Assessorato sia un “errore evidente” significa ignorare le regole base della sociologia digitale. Se un cittadino o un commerciante segue il profilo di Roberta Iacono, lo fa perché è l’assessore al ramo, non solo per monitorare la sua “quotidianità familiare”. Di conseguenza, ogni singolo post o storia pubblicata porta con sé il peso e l’autorevolezza della carica.
La “bacheca aperta” e la par condicio del tag
L’assessore lancia poi una proposta generosa: “Proprio perché si tratta del mio spazio privato, lo metto volentieri a disposizione per chiunque […]. La mia bacheca è aperta a tutti, senza distinzioni”.
Qui entriamo nel meraviglioso mondo dell’algoritmo democratico. L’assessore ci spiega che ricondividere un tag è una questione di “educazione digitale” e che non farlo sarebbe “scortese”. Immaginiamo quindi la scena: da oggi in poi, tutti i titolari di ristoranti, pizzerie, bar, panifici, ambulanti e artigiani di Santa Croce, Punta Secca e Kaukana sono autorizzati a taggare l’assessore nelle loro storie serali sperando nel re-post riparatore.
Se l’assessore dovesse ricondividere tutti – per non essere “scortese” – la sua bacheca si trasformerebbe in un gigantesco volantino promozionale della grande distribuzione locale. Se invece (come è fisiologico che sia) ricondividesse solo alcuni, si tornerebbe esattamente al punto di partenza sollevato dai commercianti che si sono rivolti a noi: perché quel lido sì e la mia pizzeria no? La terzietà delle istituzioni serve proprio a evitare questo pasticcio.
Nessun attacco personale, solo logica politica
Respingiamo con fermezza l’accusa di voler “colpire l’amministratore sfruttando la sfera privata”. L’editoriale precedente non ha toccato una sola virgola della vita personale, familiare o professionale dell’avvocato Iacono. Si è commentato un fatto pubblico, visibile a migliaia di utenti: la pubblicità a un’attività commerciale sulla bacheca di un amministratore. Se questo è un “attacco alla sfera privata”, allora l’intera macro-categoria della comunicazione politica su internet va ridisegnata.
La “vera vicinanza al territorio” si misura certamente con i fatti e con la presenza negli uffici, come rivendica l’assessore, e su questo nessuno ha avanzato dubbi. Ma i fatti passano anche dalla forma. E la forma, in politica, è sostanza.
Accettiamo volentieri la lezione di stile, ma ricordiamo che la satira non nasce per fare complimenti, bensì per evidenziare le incongruenze del potere. Anche quando il potere si presenta sotto forma di una cortese storia Instagram con un piatto di fritto misto in allegato.