PALERMO – Non un semplice scivolone, ma un triplo harakiri politico in diretta d’aula. A Palazzo dei Normanni va in scena il requiem di una maggioranza che esiste solo sulla carta, con il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle che dettano i ritmi dei ddl stralcio dell’ultima Finanziaria e i franchi tiratori del centrodestra che fanno il resto dietro lo scudo del voto segreto.
𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐨: 𝐍𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐭𝐫𝐨𝐧𝐞 𝐝’𝐨𝐫𝐨
La prima norma a cadere sotto i colpi dell’aula è il blitz sulle indennità di carica per i Presidenti dei Liberi consorzi, i Consiglieri provinciali e i sindaci metropolitani. L’emendamento soppressivo passa con 30 voti favorevoli e solo 20 contrari. Oltre al danno, il governo voleva servire la beffa: le Province rimangono senza trasferimenti finanziari, ma avrebbero dovuto pagare di tasca propria gli aumenti della politica. Assurdo. Se la Regione voleva davvero assumersi la responsabilità di questo aumento, avrebbe dovuto trovare il coraggio di stanziare i fondi. Per fortuna, l’aula ha bocciato la norma: approvare un simile salasso a carico di enti già in ginocchio sarebbe stata una vergogna.
𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐨: 𝐃𝐞𝐛𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐊𝐎 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐨 𝐚𝐬𝐬𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐚
Il secondo schiaffo colpisce direttamente la giunta Schifani. La neonata assessora alla Funzione pubblica, Elisa Ingala, tenta disperatamente di difendere la norma sui decreti dirigenziali. Il tabellone elettronico dell’ARS è però inesorabile: 32 sì e 20 no per l’opposizione, e proposta rispedita al mittente. Il rimpasto di governo si conferma totalmente inutile.
𝐓𝐞𝐫𝐳𝐨 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐨: 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐥𝐥𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 “𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞-𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐨”
I franchi tiratori della maggioranza non risparmiano nessuno, nemmeno Ignazio Abbate (Dc), presidente della commissione Affari istituzionali ed ex aspirante assessore deluso. Il suo emendamento per estendere al personale regionale i benefici della pensione anticipata flessibile (il bonus Maroni in busta paga) viene polverizzato: 34 voti contrari e appena 12 favorevoli.
Il dramma finale: Niente panino per nessuno e tutti a casa
Dopo una maratona di oltre sei ore, la tensione esplode nel partito del Premier. Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Giorgio Assenza, assiste impotente all’approvazione della norma blocca-assunzioni da parte delle opposizioni. Furioso, Assenza ritira il suo sub-emendamento, si gira verso i banchi della sua stessa maggioranza e sbotta:
“L’opposizione non fa altro che approfittare delle nostre debolezze, è quello che questa maggioranza si merita. O riacquistiamo la dignità di guidare alla grande la Sicilia o ce ne andiamo a casa”.
Insomma, stavolta niente panino per nessuno. Con lo stomaco vuoto e la coalizione in frantumi, l’elettroencefalogramma politico del centrodestra si conferma totalmente piatto. A Schifani non resta che un’unica cosa dignitosa da fare: ascoltare il digiuno forzato del suo stesso alleato, staccare la spina e ridare subito la parola ai siciliani.
𝐈𝐥 “𝐂𝐨𝐧𝐜𝐥𝐚𝐯𝐞” 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢
A suggellare il caos, l’ultima perla dello stesso Giorgio Assenza, che ha ammesso pubblicamente come il centrodestra che governa in Sicilia “ha ancora dei problemi” e che per questo “serve un conclave”. In pratica, dopo aver fallito sulle province e sulle riforme utili ai siciliani, la maggioranza sente il bisogno di chiudersi a chiave in una stanza a pregare lo Spirito Santo per trovare un accordo. A Schifani non resta che un’unica cosa dignitosa da fare invece di aspettare la fumata bianca: staccare la spina e ridare subito la parola ai cittadini.